Il terzo millennio si è aperto con un evento che non si fatica a definire epocale. L’attacco alle Torri Gemelle, per le peculiari modalità con cui è stato realizzato, ha suscitato un’ondata di emozione planetaria. Chi è stato? È il primo pensiero. Certamente il nemico. Ma il nemico di chi? Dentro le Torri, l’incendio ha mescolato, in una sorta di crisi sacrificale, razze e nazionalità le più diverse. Sono morti quelli stessi che hanno dato la morte. Carnefici e vittime insieme sono stati fusi dentro lo stesso acciaio incandescente. Resti umani indifferenti si sono raccolti nella fossa comune del Ground Zero, abissale altare della violenza indifferenziata che ha ripreso ad aggirarsi per il mondo. Sembrava segregata per sempre nel fondo millenario delle nostre ancestrali paure, quella violenza. Ma, come sollecitata da ragioni insondabili e misteriose, è risorta dalla notte dei tempi, con il suo carico di incubi, con l’acre odore del fumo, l’insopportabile calore del fuoco, il bagliore accecante delle fiamme. A New York, come a Hiroshima come a Cartagine, come a Troia. Lecito è il dubbio: è uno stesso fuoco, mai del tutto spento, che divampa? Sono le stesse città ad essere distrutte e ricostruite? Sono gli stessi morti che risorgono per essere ancora assassinati? Dinanzi a questa forma di violenza, così complessa e imprevedibile nelle sue evoluzioni, l’approccio razionalistico di una certa corrente filosofico-politica risulta teoreticamente inadeguato. Lo testimonia l’insistenza del mito sulla violenza delle fondazioni, la cui logica rimarrebbe incomprensibile senza l’intervento della mitologica e della potenza ermeneutica del suo specifico linguaggio simbolico. Letta in chiave mitico-simbolica, appare più plausibile e condivisibile la nota tesi di René Girard, che analizza la violenza nell’ottica della rivalità mimetica, prodotta da quel desiderio che – diversamente dagli appetiti e dai bisogni biologicamente determinati – è proprio dell’uomo. Tale tesi ben si coniuga con uno dei più significativi paradigmi della politicità: la lotta tra fratelli, radicato nella tradizione ebraica, e tramandato nel racconto biblico di Caino e Abele. Tale paradigma mette in evidenza come chi detiene il potere politico non è il padre ( un superiore) ma è un fratello ( un uguale) che prende il posto del padre senza esserlo, fruendo così di un privilegio ingiustificato che lo mette contro il fratello, trasformando entrambi in nemici.

AMICIZIA E INIMICIZIA NELL'ERA DELLA GLOBALIZZAZIONE

MAZZU', Domenica
2005

Abstract

Il terzo millennio si è aperto con un evento che non si fatica a definire epocale. L’attacco alle Torri Gemelle, per le peculiari modalità con cui è stato realizzato, ha suscitato un’ondata di emozione planetaria. Chi è stato? È il primo pensiero. Certamente il nemico. Ma il nemico di chi? Dentro le Torri, l’incendio ha mescolato, in una sorta di crisi sacrificale, razze e nazionalità le più diverse. Sono morti quelli stessi che hanno dato la morte. Carnefici e vittime insieme sono stati fusi dentro lo stesso acciaio incandescente. Resti umani indifferenti si sono raccolti nella fossa comune del Ground Zero, abissale altare della violenza indifferenziata che ha ripreso ad aggirarsi per il mondo. Sembrava segregata per sempre nel fondo millenario delle nostre ancestrali paure, quella violenza. Ma, come sollecitata da ragioni insondabili e misteriose, è risorta dalla notte dei tempi, con il suo carico di incubi, con l’acre odore del fumo, l’insopportabile calore del fuoco, il bagliore accecante delle fiamme. A New York, come a Hiroshima come a Cartagine, come a Troia. Lecito è il dubbio: è uno stesso fuoco, mai del tutto spento, che divampa? Sono le stesse città ad essere distrutte e ricostruite? Sono gli stessi morti che risorgono per essere ancora assassinati? Dinanzi a questa forma di violenza, così complessa e imprevedibile nelle sue evoluzioni, l’approccio razionalistico di una certa corrente filosofico-politica risulta teoreticamente inadeguato. Lo testimonia l’insistenza del mito sulla violenza delle fondazioni, la cui logica rimarrebbe incomprensibile senza l’intervento della mitologica e della potenza ermeneutica del suo specifico linguaggio simbolico. Letta in chiave mitico-simbolica, appare più plausibile e condivisibile la nota tesi di René Girard, che analizza la violenza nell’ottica della rivalità mimetica, prodotta da quel desiderio che – diversamente dagli appetiti e dai bisogni biologicamente determinati – è proprio dell’uomo. Tale tesi ben si coniuga con uno dei più significativi paradigmi della politicità: la lotta tra fratelli, radicato nella tradizione ebraica, e tramandato nel racconto biblico di Caino e Abele. Tale paradigma mette in evidenza come chi detiene il potere politico non è il padre ( un superiore) ma è un fratello ( un uguale) che prende il posto del padre senza esserlo, fruendo così di un privilegio ingiustificato che lo mette contro il fratello, trasformando entrambi in nemici.
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