Questo saggio è una riflessione sul tema hegeliano della contesa delle autocoscienze, rilette attraverso la categoria girardiana di “crisi sacrificale” intesa come crisi delle differenze, cioè dell'ordine culturale nel suo insieme all’interno del quale gli individui si situano reciprocamente, identificandosi e differenziandosi. La domanda sottesa è la seguente: come nasce la differenza e, conseguentemente, come nasce il politico che di tale differenza si nutre? Nella ricostruzione hegeliana della Urszene si assiste all’incontro tra individui che sorgono l’uno di fronte all’altro. Nessuno dei due sa chi è, ciascuno ha bisogno che l’altro glielo dica. Entrambi si fronteggiano in attesa di una “presentazione” dall’effetto duplicato. Come si passa da questa eguaglianza frontale alla sottomissione? Di fronte a questa domanda la teoria deve dar fondo alle proprie risorse, scontrarsi con i propri limiti, tentare i propri confini e varcarli, uscendo fuori di sé. Insomma deve divenire folle e denunciare così l’impossibilità logica di giustificare logicamente ciò che logico non è e giusto non appare a nessuno. È l’irruzione dell’immaginario nel cuore della stessa costruzione panlogistica di Hegel, e non la libera determinazione del volere spirituale, che interrompe la continuità logica dell’originaria uguaglianza e rimette l’uomo in ginocchio. Anche in Hegel, come assai più esplicitamente in Hobbes, è la paura a decidere le sorti della lotta delle due autocoscienze, rivelando così l’illusorietà razionalistica di un fondamento logico del potere politico. È attorno alla paura, “signora assoluta”, del regno dell’immaginario che Hegel annoda il filo della sua riflessione, dimostrando con questo che la ragione non può tessere la trama logica della sua finzione se non la intreccia con l’ordito reale dell’immaginario. Ciò esige la messa a punto di una prospettiva ermeneutica ulteriore che si ponga accanto alla prospettiva tradizionale e ne integri le potenzialità cognitive. Considerando il mito come il luogo della permanente oggettivazione dell’immaginario, si può definire questa prospettiva ermeneutica come la “mitologica” del potere politico. La mitologica è da articolare con la più tradizionale logica del potere politico, al fine di mettere in evidenza, oltre alla loro complementarietà, una reciproca praticabilità che, ad un certo livello, permette di tradurre i loro linguaggi nel carattere universale della funzione simbolica.

Desiderio e mimesi. La contesa delle autocoscienze

MAZZU', Domenica
2006

Abstract

Questo saggio è una riflessione sul tema hegeliano della contesa delle autocoscienze, rilette attraverso la categoria girardiana di “crisi sacrificale” intesa come crisi delle differenze, cioè dell'ordine culturale nel suo insieme all’interno del quale gli individui si situano reciprocamente, identificandosi e differenziandosi. La domanda sottesa è la seguente: come nasce la differenza e, conseguentemente, come nasce il politico che di tale differenza si nutre? Nella ricostruzione hegeliana della Urszene si assiste all’incontro tra individui che sorgono l’uno di fronte all’altro. Nessuno dei due sa chi è, ciascuno ha bisogno che l’altro glielo dica. Entrambi si fronteggiano in attesa di una “presentazione” dall’effetto duplicato. Come si passa da questa eguaglianza frontale alla sottomissione? Di fronte a questa domanda la teoria deve dar fondo alle proprie risorse, scontrarsi con i propri limiti, tentare i propri confini e varcarli, uscendo fuori di sé. Insomma deve divenire folle e denunciare così l’impossibilità logica di giustificare logicamente ciò che logico non è e giusto non appare a nessuno. È l’irruzione dell’immaginario nel cuore della stessa costruzione panlogistica di Hegel, e non la libera determinazione del volere spirituale, che interrompe la continuità logica dell’originaria uguaglianza e rimette l’uomo in ginocchio. Anche in Hegel, come assai più esplicitamente in Hobbes, è la paura a decidere le sorti della lotta delle due autocoscienze, rivelando così l’illusorietà razionalistica di un fondamento logico del potere politico. È attorno alla paura, “signora assoluta”, del regno dell’immaginario che Hegel annoda il filo della sua riflessione, dimostrando con questo che la ragione non può tessere la trama logica della sua finzione se non la intreccia con l’ordito reale dell’immaginario. Ciò esige la messa a punto di una prospettiva ermeneutica ulteriore che si ponga accanto alla prospettiva tradizionale e ne integri le potenzialità cognitive. Considerando il mito come il luogo della permanente oggettivazione dell’immaginario, si può definire questa prospettiva ermeneutica come la “mitologica” del potere politico. La mitologica è da articolare con la più tradizionale logica del potere politico, al fine di mettere in evidenza, oltre alla loro complementarietà, una reciproca praticabilità che, ad un certo livello, permette di tradurre i loro linguaggi nel carattere universale della funzione simbolica.
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