All’inizio degli anni ’90 del XX secolo, dopo le stragi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nella primavera-estate del 1992, al vertice della Regione Sicilia si installa un governo di cosiddetta “unità autonomista, presieduto dal leader politico democratico cristiano Giuseppe Campione e sostenuto direttamente dall’ex Partito comunista italiano, ora Partito democratico della sinistra. Questo governo e i partiti che lo sorreggono, incalzati dall’attacco mafioso alle istituzioni democratiche, inaugurano una breve stagione di riforme. Oggetto di questo saggio è una indagine volta a verificare sul piano teorico ed empirico se il suddetto ciclo di riforme – almeno apparentemente espressione di una radicale spinta riformatrice – non tenda in realtà a interpretare e riprodurre, con stile e mentalità aggiornati, un sistema di rapporti di tipo tatticista e trasformista tra classe politica regionale istituzioni rappresentative e di governo già noto e consolidato nella tradizione dell’élite politica meridione e siciliana in particolare. In questo contributo si cercherà di dimostrare l’ipotesi in base alla quale l’elemento di maggiore fragilità e incertezza del sistema politico siciliano sia costituito ancora oggi, a distanza di circa centocinquant’anni dalla nascita dello stato unitario, dall’élite politica e dalla forma partito che la esprime, entrambi eredi della tradizione politico-rappresentativa italiana della fase postrisorgimentale piuttosto che del modello europeo di élite e di partito di massa. Tutto ciò senza sottovalutare l’influenza esercitata sulla vita politica e sociale siciliane dalla criminalità organizzata mafiosa e dall’assunzione da parte della classe politica regionale di un profilo di dipendenza dalle risorse economiche e politiche nazionali provenienti dall’intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno a partire dagli anni ’50 del XX secolo. Il core business delle argomentazioni si basa sul confronto tra le analisi e le proposte di trasformazione della politica meridionale e siciliana dei classi del pensiero meridionalista (in particolare quelle di Luigi Sturzo e di Antonio Gramsci) e la linea politica elaborata e messa in atto dai dirigenti dei maggiori partiti politici nel secondo dopoguerra.

Introduzione. La Sicilia, il Meridione e la politica democratica: una quetione aperta o...un tema archiviato

ANASTASI, Antonino
2007

Abstract

All’inizio degli anni ’90 del XX secolo, dopo le stragi dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nella primavera-estate del 1992, al vertice della Regione Sicilia si installa un governo di cosiddetta “unità autonomista, presieduto dal leader politico democratico cristiano Giuseppe Campione e sostenuto direttamente dall’ex Partito comunista italiano, ora Partito democratico della sinistra. Questo governo e i partiti che lo sorreggono, incalzati dall’attacco mafioso alle istituzioni democratiche, inaugurano una breve stagione di riforme. Oggetto di questo saggio è una indagine volta a verificare sul piano teorico ed empirico se il suddetto ciclo di riforme – almeno apparentemente espressione di una radicale spinta riformatrice – non tenda in realtà a interpretare e riprodurre, con stile e mentalità aggiornati, un sistema di rapporti di tipo tatticista e trasformista tra classe politica regionale istituzioni rappresentative e di governo già noto e consolidato nella tradizione dell’élite politica meridione e siciliana in particolare. In questo contributo si cercherà di dimostrare l’ipotesi in base alla quale l’elemento di maggiore fragilità e incertezza del sistema politico siciliano sia costituito ancora oggi, a distanza di circa centocinquant’anni dalla nascita dello stato unitario, dall’élite politica e dalla forma partito che la esprime, entrambi eredi della tradizione politico-rappresentativa italiana della fase postrisorgimentale piuttosto che del modello europeo di élite e di partito di massa. Tutto ciò senza sottovalutare l’influenza esercitata sulla vita politica e sociale siciliane dalla criminalità organizzata mafiosa e dall’assunzione da parte della classe politica regionale di un profilo di dipendenza dalle risorse economiche e politiche nazionali provenienti dall’intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno a partire dagli anni ’50 del XX secolo. Il core business delle argomentazioni si basa sul confronto tra le analisi e le proposte di trasformazione della politica meridionale e siciliana dei classi del pensiero meridionalista (in particolare quelle di Luigi Sturzo e di Antonio Gramsci) e la linea politica elaborata e messa in atto dai dirigenti dei maggiori partiti politici nel secondo dopoguerra.
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