Nella sua versione più classica lo scontro tra Antigone e Creonte ci è stato tramandato come scontro tra diritto naturale e diritto positivo. Formule che evocano in un caso valenze etico-religiose (lo ius quia iustum giusnaturalistico, di pertinenza morale) e nell’altro caso la dimensione autoritativa (lo ius quia iussum di pertinenza politica). Di diritto vero e proprio non sembra si discuta. Ciò che conta è l’aggettivo (naturale o positivo), il sostantivo resta, per così dire, senza sostanza. Ovvero, la sostanza c’è, ma dove è disponibile (perché è posta) non è vera; dove è vera (perché data) non è disponibile. E’ proprio l’indisponibilità del vero che arma la questione. Se il vero fosse disponibile, non staremmo qui a parlarne, Creonte non avrebbe chances; la politica non avrebbe chances! Per questo la collisione è «infelice», per l’indisponibilità del vero, l’indisponibilità logica del vero, di un vero fruibile nell’esteriorità oggettiva e pubblica, e quindi oggetto di un sapere coincidente o concorrente con il potere. Se di diritto si tratta – e noi così pensiamo – occorre ricontestualizzare il termine diritto e, al di là delle consuete declinazioni dottrinarie e concettuali, collegarlo ai possibili significati archetipali che la vicenda mette in scena. Si tratta di operare un congiungimento simbolico che soccorra la nostra attuale difficoltà di dire con il termine diritto ciò cui esso pure pretende nella vicenda, ma che la sua referenza semantica è insufficiente a esprimere. Occorre dunque una ispirazione alternativa che, nel presente saggio, viene individuata nel quindicesimo e sedicesimo capitolo di Naturrecht und menschliche Würde di Ernst Bloch, il quale analizza con limpida chiarezza teoretica la presenza del principio femminile-materno nella sfera del mondo giuridico, con l’intento di fare affiorare le potenzialità ispiratrici e rigeneratrici del diritto. La stretta relazione che emerge tra Naturrecht e Mutterrecht, induce l’autrice del presente saggio ad andare oltre la lettura logica della dimensione giuridica, e scavare fino a raggiungere quel fiume sotterraneo di mitologia del diritto dal quale scaturisce il Mutterrecht, che non costituisce un rinvio puramente teorico ed opzionale ad una possibile declinazione femminile della natura del diritto, ma ne configura lo spazio in quanto spazio giuridico.

OLTRE L’INFELICE COLLISIONE. NATURRECHT E MUTTERRECHT NELL’ANTIGONE DI SOFOCLE

MAZZU', Domenica
2010

Abstract

Nella sua versione più classica lo scontro tra Antigone e Creonte ci è stato tramandato come scontro tra diritto naturale e diritto positivo. Formule che evocano in un caso valenze etico-religiose (lo ius quia iustum giusnaturalistico, di pertinenza morale) e nell’altro caso la dimensione autoritativa (lo ius quia iussum di pertinenza politica). Di diritto vero e proprio non sembra si discuta. Ciò che conta è l’aggettivo (naturale o positivo), il sostantivo resta, per così dire, senza sostanza. Ovvero, la sostanza c’è, ma dove è disponibile (perché è posta) non è vera; dove è vera (perché data) non è disponibile. E’ proprio l’indisponibilità del vero che arma la questione. Se il vero fosse disponibile, non staremmo qui a parlarne, Creonte non avrebbe chances; la politica non avrebbe chances! Per questo la collisione è «infelice», per l’indisponibilità del vero, l’indisponibilità logica del vero, di un vero fruibile nell’esteriorità oggettiva e pubblica, e quindi oggetto di un sapere coincidente o concorrente con il potere. Se di diritto si tratta – e noi così pensiamo – occorre ricontestualizzare il termine diritto e, al di là delle consuete declinazioni dottrinarie e concettuali, collegarlo ai possibili significati archetipali che la vicenda mette in scena. Si tratta di operare un congiungimento simbolico che soccorra la nostra attuale difficoltà di dire con il termine diritto ciò cui esso pure pretende nella vicenda, ma che la sua referenza semantica è insufficiente a esprimere. Occorre dunque una ispirazione alternativa che, nel presente saggio, viene individuata nel quindicesimo e sedicesimo capitolo di Naturrecht und menschliche Würde di Ernst Bloch, il quale analizza con limpida chiarezza teoretica la presenza del principio femminile-materno nella sfera del mondo giuridico, con l’intento di fare affiorare le potenzialità ispiratrici e rigeneratrici del diritto. La stretta relazione che emerge tra Naturrecht e Mutterrecht, induce l’autrice del presente saggio ad andare oltre la lettura logica della dimensione giuridica, e scavare fino a raggiungere quel fiume sotterraneo di mitologia del diritto dal quale scaturisce il Mutterrecht, che non costituisce un rinvio puramente teorico ed opzionale ad una possibile declinazione femminile della natura del diritto, ma ne configura lo spazio in quanto spazio giuridico.
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