Agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso Paul Scheuermeier scriveva: «Il mio lavoro che attingeva esclusivamente alla viva fonte delle vita cotidiana e schivava ogni museo come cosa morta, ora è già diventato un poco un museo, perché descrive qua e là cose antiquate e metodi primitivi oggi spariti per sempre dal mondo dei vivi» (1962: 291). Se queste erano le riflessioni che, circa mezzo secolo fa, il ricercatore svizzero muoveva sulla propria attività di ricerca, a cinquant’anni di distanza ci si interroga seriamente sulla valenza euristica delle indagini etnolinguistiche: quale rapporto c’è, oggi, fra gli attuali parlanti e la cultura tradizionale? Parole e tassonomie lessicali legate al dominio agricolopastorale e ai mestieri tradizionali mantengono una loro vitalità o sono oramai materia di mera archeologia dialettale? E soprattutto, il polo della dialettalità e della cultura etnica mantiene una sua vitalità, sebbene mutatis mutandis, continuando a motivare la ricerca etnodialettale, o processi incalzanti di italianizzazione e globalizzazione impongono all’oggi un radicale mutamento di prospettive? Le riflessioni che presento traggono spunto dai materiali lessicali raccolti in occasione di un rilevamento condotto a Mandanici nell’ambito di un’inchiesta più estesa, tesa a un controllo del punto linguistico, precedentemente indagato dal Rohlfs, nel 1924, per l’Atlante Italo- Svizzero (AIS) di Jaberg e Jud (dove Mandanici corrisponde al punto 819) e, in seguito, da Mocciaro (1989). In questa sede ci si sofferma, in particolare, sulle risposte ottenute per alcuni settori del lessico (casa e masserizie, cucina, utensili; allevamento del bestiame, carro e giogo; prato e campo; panieri – che corrispondono rispettivamente alle sezioni V, VI, VII e VIII dell’AIS). Una selezione delle forme – raccolte tramite intervista direttiva (domande puntuali) e semidirettiva (raccolta di etnotesti) – verrà presentata sotto forma di scheda lessicale e compendiata in un piccolo glossario. I risultati ottenuti – confrontati con quelli registrati dall’AIS –, fanno emergere dati interessanti circa l’attuale rapporto tra “parole e cose” e consentono di disegnare uno scenario lessicale variegato dove, in relazione a un paradigma in movimento, si intreccia conservazione e ammodernamento, vitalità e obsolescenza. Dove la parola ora sopravvive alle trasformazioni del suo designatum; ora decade col venir meno di quest’ultimo; ora muta, scalzata da più moderne forme italianeggianti mentre si conserva, pressoché inalterato, il suo referente esterno; ora persino riemerge, dal racconto degli informatori, in forme arcaiche sfuggite all’attenta ricognizione del Rohlfs, o al più recente spoglio del Vocabolario Siciliano di Piccitto e Tropea. Tutto ciò, oltre a ribadire il valore euristico dell’etnotesto, incoraggia e perseguire le linee della ricerca etnodialettale che costituisce, ancora, un approccio insuperato per l’indagine e la registrazione di ciò che persiste e di ciò che muta nel nostro universo culturale (e lessicale) di riferimento.

Lessico tradizionale fra conservazione e obsolescenza. Un’indagine a Mandanici

ASSENZA, Elvira
2010

Abstract

Agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso Paul Scheuermeier scriveva: «Il mio lavoro che attingeva esclusivamente alla viva fonte delle vita cotidiana e schivava ogni museo come cosa morta, ora è già diventato un poco un museo, perché descrive qua e là cose antiquate e metodi primitivi oggi spariti per sempre dal mondo dei vivi» (1962: 291). Se queste erano le riflessioni che, circa mezzo secolo fa, il ricercatore svizzero muoveva sulla propria attività di ricerca, a cinquant’anni di distanza ci si interroga seriamente sulla valenza euristica delle indagini etnolinguistiche: quale rapporto c’è, oggi, fra gli attuali parlanti e la cultura tradizionale? Parole e tassonomie lessicali legate al dominio agricolopastorale e ai mestieri tradizionali mantengono una loro vitalità o sono oramai materia di mera archeologia dialettale? E soprattutto, il polo della dialettalità e della cultura etnica mantiene una sua vitalità, sebbene mutatis mutandis, continuando a motivare la ricerca etnodialettale, o processi incalzanti di italianizzazione e globalizzazione impongono all’oggi un radicale mutamento di prospettive? Le riflessioni che presento traggono spunto dai materiali lessicali raccolti in occasione di un rilevamento condotto a Mandanici nell’ambito di un’inchiesta più estesa, tesa a un controllo del punto linguistico, precedentemente indagato dal Rohlfs, nel 1924, per l’Atlante Italo- Svizzero (AIS) di Jaberg e Jud (dove Mandanici corrisponde al punto 819) e, in seguito, da Mocciaro (1989). In questa sede ci si sofferma, in particolare, sulle risposte ottenute per alcuni settori del lessico (casa e masserizie, cucina, utensili; allevamento del bestiame, carro e giogo; prato e campo; panieri – che corrispondono rispettivamente alle sezioni V, VI, VII e VIII dell’AIS). Una selezione delle forme – raccolte tramite intervista direttiva (domande puntuali) e semidirettiva (raccolta di etnotesti) – verrà presentata sotto forma di scheda lessicale e compendiata in un piccolo glossario. I risultati ottenuti – confrontati con quelli registrati dall’AIS –, fanno emergere dati interessanti circa l’attuale rapporto tra “parole e cose” e consentono di disegnare uno scenario lessicale variegato dove, in relazione a un paradigma in movimento, si intreccia conservazione e ammodernamento, vitalità e obsolescenza. Dove la parola ora sopravvive alle trasformazioni del suo designatum; ora decade col venir meno di quest’ultimo; ora muta, scalzata da più moderne forme italianeggianti mentre si conserva, pressoché inalterato, il suo referente esterno; ora persino riemerge, dal racconto degli informatori, in forme arcaiche sfuggite all’attenta ricognizione del Rohlfs, o al più recente spoglio del Vocabolario Siciliano di Piccitto e Tropea. Tutto ciò, oltre a ribadire il valore euristico dell’etnotesto, incoraggia e perseguire le linee della ricerca etnodialettale che costituisce, ancora, un approccio insuperato per l’indagine e la registrazione di ciò che persiste e di ciò che muta nel nostro universo culturale (e lessicale) di riferimento.
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