L’Autore sottopone ad analisi la genesi degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale per comprendere le cause del parziale fallimento di questo modello istituzionale. Innanzitutto, attraverso una breve ricostruzione storica delle vicende essenziali che portarono all’adozione di tali Statuti, si coglie come il riconoscimento delle autonomie speciali non sia avvenuto attraverso una matura e organica visione regionalistica, ma piuttosto per fornire risposte immediate ad emergenze di politica interna ed internazionale. Per ciò che concerne poi, in particolare, il contenuto di tali Statuti, l’Autore evidenzia come questi non affermino un’originale prospettiva di sviluppo delle libertà e dei diritti sociali più avanzata rispetto alla tradizionale cultura istituzionale accentrata italiana; l’adozione della specialità appare quasi esclusivamente come il tentativo di sperimentare forme originali di ingegneria costituzionale al fine di incidere direttamente sulle prospettive di crescita economica. In particolare tale circostanza si manifesterebbe nell’assenza di norme programmatiche, limite oggettivo degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale, le quali avrebbero modellato la propria struttura organizzativa e funzionale solamente sulla semplice istituzione di organi e competenze e non su una tavola di valori sociali e culturali propri della comunità regionale, forse con l’eccezione del riferimento all’elemento linguistico. Il modello di Regione che risulta da tale impostazione parrebbe, quindi, rappresentativo di una comunità omogenea al proprio interno, i cui problemi maggiori riposerebbero soltanto nel rapporto con il potere centrale. Tali ragioni, secondo l’Autore, hanno contribuito in maniera determinante a causare la parabola discendente dell’autonomia differenziata, limitando significativamente il peso politico-istituzionale delle Regioni speciali nei confronti dello Stato. Tale deficit sarebbe stato accentuato dapprima dall’attivazione delle Regioni ordinarie, e, in misura ancora maggiore successivamente all’entrata in vigore della L. Cost. n. 3 del 2001, con il venir meno dei principali elementi di differenziazione tra i due modelli. Incompletezza del disegno statutario e condizione di sostanziale minorità di un’autentica cultura istituzionale del decentramento e dell’autonomia parrebbero gli elementi di fondo su cui ragionare per un’eventuale riforma del regionalismo.

Gli Statuti delle Regioni speciali ieri, oggi, domani.

SAITTA, Antonio
2010

Abstract

L’Autore sottopone ad analisi la genesi degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale per comprendere le cause del parziale fallimento di questo modello istituzionale. Innanzitutto, attraverso una breve ricostruzione storica delle vicende essenziali che portarono all’adozione di tali Statuti, si coglie come il riconoscimento delle autonomie speciali non sia avvenuto attraverso una matura e organica visione regionalistica, ma piuttosto per fornire risposte immediate ad emergenze di politica interna ed internazionale. Per ciò che concerne poi, in particolare, il contenuto di tali Statuti, l’Autore evidenzia come questi non affermino un’originale prospettiva di sviluppo delle libertà e dei diritti sociali più avanzata rispetto alla tradizionale cultura istituzionale accentrata italiana; l’adozione della specialità appare quasi esclusivamente come il tentativo di sperimentare forme originali di ingegneria costituzionale al fine di incidere direttamente sulle prospettive di crescita economica. In particolare tale circostanza si manifesterebbe nell’assenza di norme programmatiche, limite oggettivo degli Statuti delle Regioni ad autonomia speciale, le quali avrebbero modellato la propria struttura organizzativa e funzionale solamente sulla semplice istituzione di organi e competenze e non su una tavola di valori sociali e culturali propri della comunità regionale, forse con l’eccezione del riferimento all’elemento linguistico. Il modello di Regione che risulta da tale impostazione parrebbe, quindi, rappresentativo di una comunità omogenea al proprio interno, i cui problemi maggiori riposerebbero soltanto nel rapporto con il potere centrale. Tali ragioni, secondo l’Autore, hanno contribuito in maniera determinante a causare la parabola discendente dell’autonomia differenziata, limitando significativamente il peso politico-istituzionale delle Regioni speciali nei confronti dello Stato. Tale deficit sarebbe stato accentuato dapprima dall’attivazione delle Regioni ordinarie, e, in misura ancora maggiore successivamente all’entrata in vigore della L. Cost. n. 3 del 2001, con il venir meno dei principali elementi di differenziazione tra i due modelli. Incompletezza del disegno statutario e condizione di sostanziale minorità di un’autentica cultura istituzionale del decentramento e dell’autonomia parrebbero gli elementi di fondo su cui ragionare per un’eventuale riforma del regionalismo.
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