Il saggio riassume i risultati di una ricerca incentrata su un’analisi tematica del contenuto di un corpus costituito dagli articoli che i quotidiani nazionali – all’epoca, ovviamente, attori principali del panorama mediale – dedicarono al terremoto di Messina del 1908, a partire dalla scossa e fino ai due mesi successivi. Dallo studio emerge un quadro nel quale si susseguono due fasi: nella prima, fortemente condizionata dall’emotività del momento, la visione giornalistica scavalca i tradizionali schemi narrativi e sembra condizionare fortemente anche il secondo momento del racconto, caratterizzato invece da una disamina più riflessiva. I risultati dell’osservazione permettono, così, di proporre una valutazione finale tesa a coniugare l’attuale contesto sociale cittadino con le cronache riferite al sisma. Il punto di partenza del saggio è rappresentato dalla ricostruzione degli stilemi del giornalismo italiano all’inizio del Novecento. È un momento cruciale nella storia del giornalismo nel nostro Paese, poiché quotidiani e periodici si arricchiscono di fotografie, migliorarono i caratteri di stampa, utilizzano i nuovi mezzi tecnici per la trasmissione a distanza. Si consolida, altresì, la professione dell'inviato speciale o del corrispondente di guerra, ovvero di nuove figure professionali, che avranno un ruolo di primo piano nella rappresentazione del sisma. In questo quadro, i giornalisti che arrivano a Messina si trovano inizialmente spiazzati dall’enormità della tragedia. Tanto che, durante la prima settimana di ambientamento, diventano essi stessi protagonisti dei soccorsi e cercano immediatamente l’individuazione di figure di riferimento (buoni vs. cattivi). Un coinvolgimento emotivo che li porta a una distorsione volontaria delle notizie. Superato questo momento, i cronisti iniziano a muoversi con maggiore familiarità sul territorio e ad operare in chiave di denuncia, rispetto agli errori degli interventi governativi. In conclusione, il discorso si sposta verso una dimensione maggiormente ipotetica, lasciando spazio a riflessioni sugli effetti a lungo termine generati da quanto accaduto e dalle modalità con cui è stato raccontato. L’assunto da cui si muove quest’ultima parte del saggio è costituito dal filo conduttore che sembra legare non soltanto gli articoli, ma anche le reazioni dei sopravvissuti. A nostro avviso, paura e senso di precarietà sono gli elementi più profondi – pur se abbastanza ovvi – che hanno segnato lo stato d’animo di giornalisti e superstiti. Stati d’animo talmente forti da avere oscurato, ad esempio, l’opera di tanti piccoli eroi, mai celebrati in chiave giornalistica ed il cui ricordo, a un secolo di distanza, è presente soprattutto negli studi di carattere accademico, piuttosto che nel sentimento collettivo. Si può supporre, allora, che paura e precarietà siano rimasti nella mente di chi ha partecipato alla rinascita della città e, conseguentemente, nel Dna della nuova Messina. Siano stati, inoltre, tramandati alle successive generazioni. La conseguenza più logica appare rappresentata dalla ricerca di saldezza e solidità che, nel corso dei decenni seguenti, ha avuto un riflesso soprattutto nella sfera dell’agire sociale, in particolare nel momento in cui le dinamiche di mutamento hanno portato a una crisi dei tradizionali paradigmi e, allo stesso tempo, imposto una riconfigurazione delle strutture sociali. Da qui la difficoltà della città ad adattarsi a nuove logiche, meno “solide” e – rifacendoci alle tesi di Zygmunt Bauman – necessariamente più “liquide”.

Il terremoto e le dinamiche della rappresentazione giornalistica

CENTORRINO, Marco
2010

Abstract

Il saggio riassume i risultati di una ricerca incentrata su un’analisi tematica del contenuto di un corpus costituito dagli articoli che i quotidiani nazionali – all’epoca, ovviamente, attori principali del panorama mediale – dedicarono al terremoto di Messina del 1908, a partire dalla scossa e fino ai due mesi successivi. Dallo studio emerge un quadro nel quale si susseguono due fasi: nella prima, fortemente condizionata dall’emotività del momento, la visione giornalistica scavalca i tradizionali schemi narrativi e sembra condizionare fortemente anche il secondo momento del racconto, caratterizzato invece da una disamina più riflessiva. I risultati dell’osservazione permettono, così, di proporre una valutazione finale tesa a coniugare l’attuale contesto sociale cittadino con le cronache riferite al sisma. Il punto di partenza del saggio è rappresentato dalla ricostruzione degli stilemi del giornalismo italiano all’inizio del Novecento. È un momento cruciale nella storia del giornalismo nel nostro Paese, poiché quotidiani e periodici si arricchiscono di fotografie, migliorarono i caratteri di stampa, utilizzano i nuovi mezzi tecnici per la trasmissione a distanza. Si consolida, altresì, la professione dell'inviato speciale o del corrispondente di guerra, ovvero di nuove figure professionali, che avranno un ruolo di primo piano nella rappresentazione del sisma. In questo quadro, i giornalisti che arrivano a Messina si trovano inizialmente spiazzati dall’enormità della tragedia. Tanto che, durante la prima settimana di ambientamento, diventano essi stessi protagonisti dei soccorsi e cercano immediatamente l’individuazione di figure di riferimento (buoni vs. cattivi). Un coinvolgimento emotivo che li porta a una distorsione volontaria delle notizie. Superato questo momento, i cronisti iniziano a muoversi con maggiore familiarità sul territorio e ad operare in chiave di denuncia, rispetto agli errori degli interventi governativi. In conclusione, il discorso si sposta verso una dimensione maggiormente ipotetica, lasciando spazio a riflessioni sugli effetti a lungo termine generati da quanto accaduto e dalle modalità con cui è stato raccontato. L’assunto da cui si muove quest’ultima parte del saggio è costituito dal filo conduttore che sembra legare non soltanto gli articoli, ma anche le reazioni dei sopravvissuti. A nostro avviso, paura e senso di precarietà sono gli elementi più profondi – pur se abbastanza ovvi – che hanno segnato lo stato d’animo di giornalisti e superstiti. Stati d’animo talmente forti da avere oscurato, ad esempio, l’opera di tanti piccoli eroi, mai celebrati in chiave giornalistica ed il cui ricordo, a un secolo di distanza, è presente soprattutto negli studi di carattere accademico, piuttosto che nel sentimento collettivo. Si può supporre, allora, che paura e precarietà siano rimasti nella mente di chi ha partecipato alla rinascita della città e, conseguentemente, nel Dna della nuova Messina. Siano stati, inoltre, tramandati alle successive generazioni. La conseguenza più logica appare rappresentata dalla ricerca di saldezza e solidità che, nel corso dei decenni seguenti, ha avuto un riflesso soprattutto nella sfera dell’agire sociale, in particolare nel momento in cui le dinamiche di mutamento hanno portato a una crisi dei tradizionali paradigmi e, allo stesso tempo, imposto una riconfigurazione delle strutture sociali. Da qui la difficoltà della città ad adattarsi a nuove logiche, meno “solide” e – rifacendoci alle tesi di Zygmunt Bauman – necessariamente più “liquide”.
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