Nel panorama della poesia italiana, la versificazione in dialetto ha occupato sin dalle origini una posizione di rilievo, per quanto nel tempo siano mutate non soltanto le motivazioni sottese alle funzioni poetiche del dialetto, ma anche le scelte linguistiche e stilistiche dei poeti dialettali. In questa sede, se ne tracceranno le più significative linee di sviluppo, attraverso un excursus che procede dagli esordi della poesia dialettale (con la canzone di Auliver, il contrasto di Cielo d’Alcamo, la canzone in improperium di Castra, i componimenti di Cecco Angiolieri), ai suoi più recenti sviluppi, caratterizzati dalla tendenza a un multilinguismo che intreccia lingue (anche antiche, come il latino e il greco) a dialetti diversi (si pensi all’Angel di Loi, ai componimenti di Sovente e di Mura Ena, alle liriche di Zanier o di Burgaretta). Ciò che emerge da questa disamina mostra come, sin dalle origini, gli «“irregolari” linguistici della letteratura italiana» (Segre, 1979: 169), abbiano affidato al dialetto, e all’interferenza/opposizione alla lingua, una ricca gamma di funzioni: dalla parodia al mimetismo caricaturale, dalla polemica sociale alla protesta politica, dal soggettivismo lirico all’espressione del disagio dei nostri giorni. Il mutare di queste funzioni, che spesso coincide con il mutare delle scelte linguistiche e stilistiche dei poeti dialettali, mantiene tuttavia, nel tempo, una importante costante, e cioè l’impiego del dialetto come codice “endofasico” e “maternale”, in grado di costituirsi, al contempo, lingua della poesia e lingua della realtà.

Dialetto in versi: tra funzione poetica e funzione comunicativa

Assenza, Elvira
2015

Abstract

Nel panorama della poesia italiana, la versificazione in dialetto ha occupato sin dalle origini una posizione di rilievo, per quanto nel tempo siano mutate non soltanto le motivazioni sottese alle funzioni poetiche del dialetto, ma anche le scelte linguistiche e stilistiche dei poeti dialettali. In questa sede, se ne tracceranno le più significative linee di sviluppo, attraverso un excursus che procede dagli esordi della poesia dialettale (con la canzone di Auliver, il contrasto di Cielo d’Alcamo, la canzone in improperium di Castra, i componimenti di Cecco Angiolieri), ai suoi più recenti sviluppi, caratterizzati dalla tendenza a un multilinguismo che intreccia lingue (anche antiche, come il latino e il greco) a dialetti diversi (si pensi all’Angel di Loi, ai componimenti di Sovente e di Mura Ena, alle liriche di Zanier o di Burgaretta). Ciò che emerge da questa disamina mostra come, sin dalle origini, gli «“irregolari” linguistici della letteratura italiana» (Segre, 1979: 169), abbiano affidato al dialetto, e all’interferenza/opposizione alla lingua, una ricca gamma di funzioni: dalla parodia al mimetismo caricaturale, dalla polemica sociale alla protesta politica, dal soggettivismo lirico all’espressione del disagio dei nostri giorni. Il mutare di queste funzioni, che spesso coincide con il mutare delle scelte linguistiche e stilistiche dei poeti dialettali, mantiene tuttavia, nel tempo, una importante costante, e cioè l’impiego del dialetto come codice “endofasico” e “maternale”, in grado di costituirsi, al contempo, lingua della poesia e lingua della realtà.
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