Lo studio su Guevara inevitabilmente rimanda la nostra attenzione all’uso che di lui e della rivoluzione cubana ha fatto la storia europea (occidentale come la definiscono i cubani includendo nel quadro d’insieme anche gli Stati Uniti). L’occidentalizzazione della figura del Che riposa, secondo Nestor Kohan, uno dei massimi studiosi del socialismo sudamericano, su tre tipi di operazioni ideologiche: 1. La pretesa di svincolarlo dalla rivoluzione cubana; 2. Il tentativo di proporlo come un pragmatico (nel comune senso della definizione) sprovvisto di una reale conoscenza della teoria marxista; 3.La mitizzazione del personaggio. Quello che qui interessa, per prima cosa, è il recupero della dimensione storico – politica di Guevara attraverso la rivendicazione del suo valore rivoluzionario e lo studio della sua originale (per l’area latinoamericana) prospettiva socialista. In un secondo momento ci occuperemo di comprendere quanto efficace fu la sua influenza sul ’68, in particolare quello italiano. Il proposito rivela qualche sorpresa dovuta, necessita precisarlo, anche alla scelta delle fonti attraverso cui si è scelto di procedere, scelta che ci rivela come le due linee guida del discorso siano strettamente collegate. Accanto agli scritti dello stesso Guevara, necessari alla ricostruzione del personaggio e al suo inserimento in ambito storico, si sono prese in considerazione alcune delle riviste simbolo del castrismo, in particolare i numeri successivi alla morte del Che (Pensamiento Crítico e Tricontinental). La figura del rivoluzionario ci appare qui come inghiottita dalla rivoluzione, non già dal preteso internazionalismo rivoluzionario della Conferenza di solidarietà dei popoli di Asia, Africa e America Latina del ’66, auspicato e organizzato dallo stesso Guevara, ma dalla rivoluzione come espressione del proprio leader così come si è poi rivelata nell’esperienza di Castro. Il simbolo della Cuba Libre, nell’immaginario europeo, si è alla fine disciolto nei dibattiti su Castro,sul socialismo, sullo Stato. Proprio dalla transizione socialista di Cuba che parte la nostra riflessione su Guevara, o meglio dall’opera polemica di Althusser e Balibar Leggere il Capitale del 1967, quindi da una riflessione “europea” sul personaggio. Secondo Althusser la teoria marxista era innanzi tutto un’analisi scientifica della fase di dominazione capitalistica e non un pamphlet moralizzante. Porre al centro l’essere umano e attribuirgli caratteristiche innate di razionalità autonomia e coscienza, come faceva la filosofia umanista, quella di Guevara, era una grave distorsione che impediva una lettura della realtà estranea agli interessi di parte. Sebbene Althusser non nominasse esplicitamente i rivoluzionari del cosiddetto Terzo Mondo, proprio a costoro sembrava riferirsi e più ancora a Guevara che nel ’65 aveva pubblicato Il Socialismo e l’uomo a Cuba, base del suo socialismo umanista e antidogmatico. L’esplicito riferimento alle tesi su Feuerbach e la critica al materialismo ortodosso e all’idealismo che legittimavano passività e speculazione ci rivelano un Guevara per nulla ingenuo. Pur senza abbandonare i presupposti filosofici e la terminologia impiegata nella letteratura marxista dell’epoca, Guevara propose la sua filosofia de la praxis. Le letture gramsciane e la revisione leninista lo convinsero della necessità della «rottura delle leggi della dialettica» così come venivano interpretate dal materialismo scolastico. La rivoluzione cubana rappresentava il momento storico di consolidamento ed espansione di questa teoria. La polemica di Guevara nei confronti del determinismo, presupponeva una differenza fondamentale a proposito del carattere della rivoluzione. Il successo di Castro in un paese quasi completamente privo dell’esperienza capitalista aveva già messo in crisi la logica ortodossa delle tappe della rivoluzione, la possibilità di«forzare le tappe della storia ove oggettivamente possibile» ipotizzata da Guevara apriva alla possibilità che ciascun soggetto intervenisse nella pratica politica pianificata e cosciente in seno all’ «oggettività sociale» L’azione dell’uomo nella storia diventava così dirimente nell’ambito del socialismo terzomondista e riviste come Pensamiento Crítico cominciarono un interscambio culturale intenso con la sinistra radicale europea in particolare quella anglosassone (New Left Review) e italiana (Quaderni Piacentini e Quaderni Rossi). La spinta innovatrice di quelle idee si esaurì presto, subito dopo la morte del Che. Le riviste che avevano ospitato i suoi interventi politici gli dedicarono un distratto ricordo a proposito del suo impegno rivoluzionario e ben poco altro: nulla sulle sue riflessioni sul socialismo considerate eretiche o sul suo impegno terzomondista e continentale. A Cuba Castro aveva scelto la strada della sovietizzazione del sistema come risposta all’isolamento dall’occidente. La rivoluzione, lo Stato e Fidel Castro andavano sovrapponendosi cancellando ogni possibile elemento di dibattito interno. In quest’ottica Guevara, a Cuba, diventava un orpello, una immagine della storia della rivoluzione lontana dalla sua presunta modernità. L’influenza di Guevara sul ‘68 italiano ed europeo e sul formarsi della nuova sinistra è enorme dal punto di vista emotivo (l’insegnamento morale, la dedizione, il sacrificio ... ), ma poco consistente dal punto di vista politico. In Europa il Che rimase vittima del suo stesso mito che impedì di comprendere appieno il suo insegnamento politico fondato sull’internazionalismo, sulla critica al socialismo realizzato e ai limiti di un partito burocratizzato. La difficoltà che Cuba aveva a darne un’immagine diversa non è, in questo caso, certamente secondaria. In Italia all’iniziale entusiasmo per l’esperienza cubana dei primi anni sessanta, in cui furono pubblicati Guerra per bande, la rivista Tricontinental e la collana i Documenti della rivoluzione dell’America latina che si apriva (maggio ‘67) con il messaggio di Guevara alla Tricontinentale (di questi anni è l’impegno di Maspero in Francia e Feltrinelli in Italia a diffondere il socialismo guevariano), si sostituì, dopo l’omicidio del Che, una sorta di revisionismo della sua figura. La sua morte fu l’occasione per rilanciare la polemica contro le tesi cubane sulla rivoluzione mondiale. Il fallimento in Bolivia derivava dalla errata impostazione, dal distacco dalle masse, dalla sottovalutazione del partito, dalla differenza sostanziale fra la guerriglia e la “guerra di popolo”, applicata con successo in Cina e in Vietnam. Secondo i detrattori Guevara sottovalutava lo scontro ideologico e, inoltre, non aveva mai operato la doverosa rottura con il revisionismo, praticata, invece, dalla Cina. Non era possibile vittoria alcuna se non si comprendeva il pericolo rappresentato dal socialimperialismo sovietico e se non si analizzava la restaurazione capitalistica, ormai avviata in URSS. Più netta ancora la posizione dopo la pubblicazione del Diario di Bolivia (’68) che metteva a nudo le difficoltà e le contraddizioni della guerriglia che negava la funzione del partito, la necessità di un esercito diretto dal partito e il fronte unito sotto la direzione del partito. Mancando il partito, mancava il rapporto con le masse. L’isolamento dei contadini, denunciato dal diario, era il segno del «fallimento del guevarismo, di questa concezione già di Trotskij, che si può esportare la rivoluzione» scriveva nell’introduzione Dinucci. E così Guevara, lentamente ma inesorabilmente, diventava, anche in Europa, “un” personaggio storico di “una” rivoluzione. All’interesse di pubblicazioni come Ideologie e persino di riviste cattoliche come Testimonianze e Questitalia, si sostituì una generica attenzione alla figura dell’eroe il cui impegno rivoluzionario si confondeva con quello di Pisacane e Mazzini (si veda la rivista Il Ponte). L’attenzione per il caso Cubano scomparve nei primi anni settanta. In quegli anni il guevarismo e il castrismo avevano ormai consumato la propria diversificazione in Italia (Ideologie 12/1970) come a Cuba. Per Melis il Guevarismo era la logica dei “fochi” guerriglieri, l’estensione su scala continentale della esperienza cubana, ma anche il prevalere dell’etica sull’interesse personale, dell’azione sulla teoria, insomma l’essenza della prima fase della rivoluzione ormai, in quella data, molto diversa da quella di Castro. E forse proprio per questi motivi la rivoluzione avrebbe dimenticato, proprio a Cuba, Guevara, anche per via della chiusura di riviste come Pensamiento Crítico (‘71), Verde Olivo (‘70) o, in Europa, Ideologie (‘72) che per un decennio avevano ospitato gli scritti del Che e i dibattiti sul socialismo che, nell’isola, riapparvero, ben oltre la fine del socialismo e che tuttavia tornarono ad interessarsi del pensiero di Guevara solo nel 2010 con il libro di Martínez Heredía, Las ideas y las batalla del Che. In Italia alla copiosa produzione “politica” diffusasi negli anni sessanta, fece seguito un lungo oblio durato circa venti anni. In questo periodo furono date alle stampe alcune biografie e poco altro. L’interesse per il pensiero politico del Che ricomparve nel 1987 con il testo di Roberto Massari dal titolo: Che Guevara, Pensiero Politico dell’Utopia, Edizioni Associate. Poi solo opere “militanti”. Il mito e la morte dell’eroe ha, dunque, solo per pochissimi anni appassionato i dibattiti scientifici sugli sviluppi del socialismo internazionale coinvolgendo più coloro che erano interessati alla propaganda rivoluzionaria che gli studiosi degli sviluppi del marxismo (praticamente nullo era l’interesse da parte della Scuola di Francoforte che pure alla fine dei ’60 avevano scritto su Pensamiento Crítico). Di contro resta in piedi il mito dell’immagine personale legata ad un mondo scomparso molto presto prima a Cuba e poi nel resto del mondo.

Che Guevara tra le utopie del Sessantotto: lo «stratega da farmacia»

Cannataro Italia
2018

Abstract

Lo studio su Guevara inevitabilmente rimanda la nostra attenzione all’uso che di lui e della rivoluzione cubana ha fatto la storia europea (occidentale come la definiscono i cubani includendo nel quadro d’insieme anche gli Stati Uniti). L’occidentalizzazione della figura del Che riposa, secondo Nestor Kohan, uno dei massimi studiosi del socialismo sudamericano, su tre tipi di operazioni ideologiche: 1. La pretesa di svincolarlo dalla rivoluzione cubana; 2. Il tentativo di proporlo come un pragmatico (nel comune senso della definizione) sprovvisto di una reale conoscenza della teoria marxista; 3.La mitizzazione del personaggio. Quello che qui interessa, per prima cosa, è il recupero della dimensione storico – politica di Guevara attraverso la rivendicazione del suo valore rivoluzionario e lo studio della sua originale (per l’area latinoamericana) prospettiva socialista. In un secondo momento ci occuperemo di comprendere quanto efficace fu la sua influenza sul ’68, in particolare quello italiano. Il proposito rivela qualche sorpresa dovuta, necessita precisarlo, anche alla scelta delle fonti attraverso cui si è scelto di procedere, scelta che ci rivela come le due linee guida del discorso siano strettamente collegate. Accanto agli scritti dello stesso Guevara, necessari alla ricostruzione del personaggio e al suo inserimento in ambito storico, si sono prese in considerazione alcune delle riviste simbolo del castrismo, in particolare i numeri successivi alla morte del Che (Pensamiento Crítico e Tricontinental). La figura del rivoluzionario ci appare qui come inghiottita dalla rivoluzione, non già dal preteso internazionalismo rivoluzionario della Conferenza di solidarietà dei popoli di Asia, Africa e America Latina del ’66, auspicato e organizzato dallo stesso Guevara, ma dalla rivoluzione come espressione del proprio leader così come si è poi rivelata nell’esperienza di Castro. Il simbolo della Cuba Libre, nell’immaginario europeo, si è alla fine disciolto nei dibattiti su Castro,sul socialismo, sullo Stato. Proprio dalla transizione socialista di Cuba che parte la nostra riflessione su Guevara, o meglio dall’opera polemica di Althusser e Balibar Leggere il Capitale del 1967, quindi da una riflessione “europea” sul personaggio. Secondo Althusser la teoria marxista era innanzi tutto un’analisi scientifica della fase di dominazione capitalistica e non un pamphlet moralizzante. Porre al centro l’essere umano e attribuirgli caratteristiche innate di razionalità autonomia e coscienza, come faceva la filosofia umanista, quella di Guevara, era una grave distorsione che impediva una lettura della realtà estranea agli interessi di parte. Sebbene Althusser non nominasse esplicitamente i rivoluzionari del cosiddetto Terzo Mondo, proprio a costoro sembrava riferirsi e più ancora a Guevara che nel ’65 aveva pubblicato Il Socialismo e l’uomo a Cuba, base del suo socialismo umanista e antidogmatico. L’esplicito riferimento alle tesi su Feuerbach e la critica al materialismo ortodosso e all’idealismo che legittimavano passività e speculazione ci rivelano un Guevara per nulla ingenuo. Pur senza abbandonare i presupposti filosofici e la terminologia impiegata nella letteratura marxista dell’epoca, Guevara propose la sua filosofia de la praxis. Le letture gramsciane e la revisione leninista lo convinsero della necessità della «rottura delle leggi della dialettica» così come venivano interpretate dal materialismo scolastico. La rivoluzione cubana rappresentava il momento storico di consolidamento ed espansione di questa teoria. La polemica di Guevara nei confronti del determinismo, presupponeva una differenza fondamentale a proposito del carattere della rivoluzione. Il successo di Castro in un paese quasi completamente privo dell’esperienza capitalista aveva già messo in crisi la logica ortodossa delle tappe della rivoluzione, la possibilità di«forzare le tappe della storia ove oggettivamente possibile» ipotizzata da Guevara apriva alla possibilità che ciascun soggetto intervenisse nella pratica politica pianificata e cosciente in seno all’ «oggettività sociale» L’azione dell’uomo nella storia diventava così dirimente nell’ambito del socialismo terzomondista e riviste come Pensamiento Crítico cominciarono un interscambio culturale intenso con la sinistra radicale europea in particolare quella anglosassone (New Left Review) e italiana (Quaderni Piacentini e Quaderni Rossi). La spinta innovatrice di quelle idee si esaurì presto, subito dopo la morte del Che. Le riviste che avevano ospitato i suoi interventi politici gli dedicarono un distratto ricordo a proposito del suo impegno rivoluzionario e ben poco altro: nulla sulle sue riflessioni sul socialismo considerate eretiche o sul suo impegno terzomondista e continentale. A Cuba Castro aveva scelto la strada della sovietizzazione del sistema come risposta all’isolamento dall’occidente. La rivoluzione, lo Stato e Fidel Castro andavano sovrapponendosi cancellando ogni possibile elemento di dibattito interno. In quest’ottica Guevara, a Cuba, diventava un orpello, una immagine della storia della rivoluzione lontana dalla sua presunta modernità. L’influenza di Guevara sul ‘68 italiano ed europeo e sul formarsi della nuova sinistra è enorme dal punto di vista emotivo (l’insegnamento morale, la dedizione, il sacrificio ... ), ma poco consistente dal punto di vista politico. In Europa il Che rimase vittima del suo stesso mito che impedì di comprendere appieno il suo insegnamento politico fondato sull’internazionalismo, sulla critica al socialismo realizzato e ai limiti di un partito burocratizzato. La difficoltà che Cuba aveva a darne un’immagine diversa non è, in questo caso, certamente secondaria. In Italia all’iniziale entusiasmo per l’esperienza cubana dei primi anni sessanta, in cui furono pubblicati Guerra per bande, la rivista Tricontinental e la collana i Documenti della rivoluzione dell’America latina che si apriva (maggio ‘67) con il messaggio di Guevara alla Tricontinentale (di questi anni è l’impegno di Maspero in Francia e Feltrinelli in Italia a diffondere il socialismo guevariano), si sostituì, dopo l’omicidio del Che, una sorta di revisionismo della sua figura. La sua morte fu l’occasione per rilanciare la polemica contro le tesi cubane sulla rivoluzione mondiale. Il fallimento in Bolivia derivava dalla errata impostazione, dal distacco dalle masse, dalla sottovalutazione del partito, dalla differenza sostanziale fra la guerriglia e la “guerra di popolo”, applicata con successo in Cina e in Vietnam. Secondo i detrattori Guevara sottovalutava lo scontro ideologico e, inoltre, non aveva mai operato la doverosa rottura con il revisionismo, praticata, invece, dalla Cina. Non era possibile vittoria alcuna se non si comprendeva il pericolo rappresentato dal socialimperialismo sovietico e se non si analizzava la restaurazione capitalistica, ormai avviata in URSS. Più netta ancora la posizione dopo la pubblicazione del Diario di Bolivia (’68) che metteva a nudo le difficoltà e le contraddizioni della guerriglia che negava la funzione del partito, la necessità di un esercito diretto dal partito e il fronte unito sotto la direzione del partito. Mancando il partito, mancava il rapporto con le masse. L’isolamento dei contadini, denunciato dal diario, era il segno del «fallimento del guevarismo, di questa concezione già di Trotskij, che si può esportare la rivoluzione» scriveva nell’introduzione Dinucci. E così Guevara, lentamente ma inesorabilmente, diventava, anche in Europa, “un” personaggio storico di “una” rivoluzione. All’interesse di pubblicazioni come Ideologie e persino di riviste cattoliche come Testimonianze e Questitalia, si sostituì una generica attenzione alla figura dell’eroe il cui impegno rivoluzionario si confondeva con quello di Pisacane e Mazzini (si veda la rivista Il Ponte). L’attenzione per il caso Cubano scomparve nei primi anni settanta. In quegli anni il guevarismo e il castrismo avevano ormai consumato la propria diversificazione in Italia (Ideologie 12/1970) come a Cuba. Per Melis il Guevarismo era la logica dei “fochi” guerriglieri, l’estensione su scala continentale della esperienza cubana, ma anche il prevalere dell’etica sull’interesse personale, dell’azione sulla teoria, insomma l’essenza della prima fase della rivoluzione ormai, in quella data, molto diversa da quella di Castro. E forse proprio per questi motivi la rivoluzione avrebbe dimenticato, proprio a Cuba, Guevara, anche per via della chiusura di riviste come Pensamiento Crítico (‘71), Verde Olivo (‘70) o, in Europa, Ideologie (‘72) che per un decennio avevano ospitato gli scritti del Che e i dibattiti sul socialismo che, nell’isola, riapparvero, ben oltre la fine del socialismo e che tuttavia tornarono ad interessarsi del pensiero di Guevara solo nel 2010 con il libro di Martínez Heredía, Las ideas y las batalla del Che. In Italia alla copiosa produzione “politica” diffusasi negli anni sessanta, fece seguito un lungo oblio durato circa venti anni. In questo periodo furono date alle stampe alcune biografie e poco altro. L’interesse per il pensiero politico del Che ricomparve nel 1987 con il testo di Roberto Massari dal titolo: Che Guevara, Pensiero Politico dell’Utopia, Edizioni Associate. Poi solo opere “militanti”. Il mito e la morte dell’eroe ha, dunque, solo per pochissimi anni appassionato i dibattiti scientifici sugli sviluppi del socialismo internazionale coinvolgendo più coloro che erano interessati alla propaganda rivoluzionaria che gli studiosi degli sviluppi del marxismo (praticamente nullo era l’interesse da parte della Scuola di Francoforte che pure alla fine dei ’60 avevano scritto su Pensamiento Crítico). Di contro resta in piedi il mito dell’immagine personale legata ad un mondo scomparso molto presto prima a Cuba e poi nel resto del mondo.
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