Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta dei totalitarismi iniziava in Europa la fase delicata della ricostruzione economica che si svolgeva sotto le insegne degli accordi di Bretton Woods. La richiesta di maggiore partecipazione politica e di accesso ad una distribuzione più equa dei redditi veniva fissata nello stesso periodo all’interno di nuove costituzioni che consentivano, per la gran parte dei paesi dell’Europa occidentale, seppure secondo percorsi e con esiti diversi, l’avvio di un nuovo periodo di crescita e di sviluppo e consolidamento della democrazia che coincideva sommariamente con la nascita dello Stato sociale. Questa lunga fase della storia europea si interrompeva tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, dopo l’uscita degli Stati Uniti d’America dal sistema della “parità aurea” che aveva consentito la stabilità dei tassi di cambio tra le monete. Era la fine in pratica degli accordi di Bretton Woods e l’avvio di una nuova globalizzazione neoliberista entro cui le transazioni finanziarie venivano deregolamentate e sottoposte unicamente alle leggi del mercato. In buona sostanza, la privatizzazione di un’imponente quantità di servizi pubblici, a partire dalle politiche portate avanti da Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Regan negli Stati Uniti d’America, il ruolo crescente delle multinazionali e del capitale finanziario, e in pratica lo spostamento del credito dalle banche ai mercati, con tutte le evidenti conseguenze al piano dei debiti pubblici sovrani, poneva in gravi difficoltà il modello di democrazia fondato sullo Stato sociale. In tale quadro è possibile evidenziare per il nostro paese una cronologia diversa. L’Italia, infatti, aveva sviluppato la sua economia e il suo modello di welfare tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento secondo modalità diverse da quelle dei maggiori paesi capitalistici senza introdurre alcuna riforma che fosse in grado di evitare i costi crescenti prodotti dalla spesa pubblica improduttiva. Ancora sino alla fine degli anni ’80 i governi italiani che si erano succeduti si erano dimostrati assolutamente incapaci di rimodernare lo Stato sociale e adeguarlo al quadro più generale della nuova fase di trasformazione capitalistica. Le forze politiche del tempo per una serie di questioni che si cercheranno di evidenziare non avevano compreso i mutamenti in atto sulla scena internazionale lasciando il Paese ampiamente impreparato ad accogliere le sfide della nuova globalizzazione. Agli inizi degli anni ’90, nel mentre iniziavano a sentirsi gli effetti della globalizzazione neoliberista anche sulla nostra economia a fronte di un debito pubblico che era peraltro ormi in una percentuale di gran lunga superiore a quella di diversi altri paese europei, l’Italia doveva pure confrontarsi con la nuova fase della politica internazionale apertasi dopo la caduta del muro di Berlino e lo scoppio degli scandali politico finanziari (l’inchiesta di mani pulite sui finanziamenti illeciti ai partiti), ed adempiere agli accordi di Maastricht. Se, più in generale, all’interno dei paesi dell’Europa occidentale la nuova globalizzazione neoliberista aveva prodotto una sorta di subordinazione dei processi politici all’economia internazionale, in Italia tali effetti si erano amplificati per il concorrere degli elementi “endogeni” più sopra evidenziati rendendo ancora più drammatica la crisi dello Stato sociale su cui in ultima istanza si era fondato lo sviluppo e il consolidamento della nostra democrazia. Si apriva per il nostro paese una fase di forte instabilità, apparendo di tutta evidenza la difficoltà dei governi di attenuare le diseguaglianze economiche e sociali e la progressiva delegittimazione dei partiti.
La debole transizione della democrazia italiana alla fase della globalizzazione neoliberista
Giorgia Panella
2024-01-01
Abstract
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta dei totalitarismi iniziava in Europa la fase delicata della ricostruzione economica che si svolgeva sotto le insegne degli accordi di Bretton Woods. La richiesta di maggiore partecipazione politica e di accesso ad una distribuzione più equa dei redditi veniva fissata nello stesso periodo all’interno di nuove costituzioni che consentivano, per la gran parte dei paesi dell’Europa occidentale, seppure secondo percorsi e con esiti diversi, l’avvio di un nuovo periodo di crescita e di sviluppo e consolidamento della democrazia che coincideva sommariamente con la nascita dello Stato sociale. Questa lunga fase della storia europea si interrompeva tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, dopo l’uscita degli Stati Uniti d’America dal sistema della “parità aurea” che aveva consentito la stabilità dei tassi di cambio tra le monete. Era la fine in pratica degli accordi di Bretton Woods e l’avvio di una nuova globalizzazione neoliberista entro cui le transazioni finanziarie venivano deregolamentate e sottoposte unicamente alle leggi del mercato. In buona sostanza, la privatizzazione di un’imponente quantità di servizi pubblici, a partire dalle politiche portate avanti da Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Regan negli Stati Uniti d’America, il ruolo crescente delle multinazionali e del capitale finanziario, e in pratica lo spostamento del credito dalle banche ai mercati, con tutte le evidenti conseguenze al piano dei debiti pubblici sovrani, poneva in gravi difficoltà il modello di democrazia fondato sullo Stato sociale. In tale quadro è possibile evidenziare per il nostro paese una cronologia diversa. L’Italia, infatti, aveva sviluppato la sua economia e il suo modello di welfare tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento secondo modalità diverse da quelle dei maggiori paesi capitalistici senza introdurre alcuna riforma che fosse in grado di evitare i costi crescenti prodotti dalla spesa pubblica improduttiva. Ancora sino alla fine degli anni ’80 i governi italiani che si erano succeduti si erano dimostrati assolutamente incapaci di rimodernare lo Stato sociale e adeguarlo al quadro più generale della nuova fase di trasformazione capitalistica. Le forze politiche del tempo per una serie di questioni che si cercheranno di evidenziare non avevano compreso i mutamenti in atto sulla scena internazionale lasciando il Paese ampiamente impreparato ad accogliere le sfide della nuova globalizzazione. Agli inizi degli anni ’90, nel mentre iniziavano a sentirsi gli effetti della globalizzazione neoliberista anche sulla nostra economia a fronte di un debito pubblico che era peraltro ormi in una percentuale di gran lunga superiore a quella di diversi altri paese europei, l’Italia doveva pure confrontarsi con la nuova fase della politica internazionale apertasi dopo la caduta del muro di Berlino e lo scoppio degli scandali politico finanziari (l’inchiesta di mani pulite sui finanziamenti illeciti ai partiti), ed adempiere agli accordi di Maastricht. Se, più in generale, all’interno dei paesi dell’Europa occidentale la nuova globalizzazione neoliberista aveva prodotto una sorta di subordinazione dei processi politici all’economia internazionale, in Italia tali effetti si erano amplificati per il concorrere degli elementi “endogeni” più sopra evidenziati rendendo ancora più drammatica la crisi dello Stato sociale su cui in ultima istanza si era fondato lo sviluppo e il consolidamento della nostra democrazia. Si apriva per il nostro paese una fase di forte instabilità, apparendo di tutta evidenza la difficoltà dei governi di attenuare le diseguaglianze economiche e sociali e la progressiva delegittimazione dei partiti.Pubblicazioni consigliate
I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


