Il volume presenta gli atti del convegno “Voci dallo Stretto. Antropologie, poteri, società, comunicazione” che ha riunito a Messina studiosi di diversa formazione, sollecitati a riflettere sulle possibilità e i modi di una comunicazione efficace del proprio sapere nella sfera pubblica.Presupposto iniziale è la consapevolezza che l’antropologia sia un sapere sempre coinvolto, sul piano epistemologico e su quello politico, con le dinamiche del mondo reale. Una riflessione sulle possibilità o le difficoltà della sua “disseminazione” non può, dunque, prescindere da tale coinvolgimento, dalle sue implicazioni ideologiche e dai vincoli conoscitivi che esso produce. Parimenti, una simile riflessione dovrebbe aver ben chiare le dinamiche che si producono nel mondo sociale del quale la disciplina è parte (e insieme prodotto) e delle tensioni che attraversano i campi (accademico, intellettuale, politico, mediatico-giornalistico) che lo compongono. In questo senso, qualsiasi riflessione sugli usi pubblici dell’antropologia contemporanea che ne denunci, magari anche a ragione, la scarsa comunicabilità, l’incapacità di individuare modalità di comunicazione narrative e aperte, che segnali la quasi-assenza dei saperi disciplinari nello spazio mediatico, senza però prendere in considerazione i nodi epistemologici, politici e storici implicati, rischia di fornire una lettura "alchemica” di processi che riguardano l’intima forza politica delle discipline sociali.
Voci dallo Stretto. Antropologie, poteri, società, comunicazione
Berardino Palumbo
2025-01-01
Abstract
Il volume presenta gli atti del convegno “Voci dallo Stretto. Antropologie, poteri, società, comunicazione” che ha riunito a Messina studiosi di diversa formazione, sollecitati a riflettere sulle possibilità e i modi di una comunicazione efficace del proprio sapere nella sfera pubblica.Presupposto iniziale è la consapevolezza che l’antropologia sia un sapere sempre coinvolto, sul piano epistemologico e su quello politico, con le dinamiche del mondo reale. Una riflessione sulle possibilità o le difficoltà della sua “disseminazione” non può, dunque, prescindere da tale coinvolgimento, dalle sue implicazioni ideologiche e dai vincoli conoscitivi che esso produce. Parimenti, una simile riflessione dovrebbe aver ben chiare le dinamiche che si producono nel mondo sociale del quale la disciplina è parte (e insieme prodotto) e delle tensioni che attraversano i campi (accademico, intellettuale, politico, mediatico-giornalistico) che lo compongono. In questo senso, qualsiasi riflessione sugli usi pubblici dell’antropologia contemporanea che ne denunci, magari anche a ragione, la scarsa comunicabilità, l’incapacità di individuare modalità di comunicazione narrative e aperte, che segnali la quasi-assenza dei saperi disciplinari nello spazio mediatico, senza però prendere in considerazione i nodi epistemologici, politici e storici implicati, rischia di fornire una lettura "alchemica” di processi che riguardano l’intima forza politica delle discipline sociali.Pubblicazioni consigliate
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