Agli inizi del Novecento, importanti trasformazioni generate da nuove dinamiche economiche e sociali si ebbero con riferimento al rapporto tra beni agricoli e i «consorzi taciti familiari». La spinta verso la modernizzazione, l’apertura ai mercati nazionali e l’urgenza di ottimizzare la gestione delle risorse agricole rappresentarono tutti fattori che imposero un ripensamento delle strutture rurali e delle norme giuridiche che regolavano lo sfruttamento della terra ad opera delle famiglie coloniche. A complicare ulteriormente questo quadro intervenne il Primo conflitto mondiale, che accelerò i cambiamenti in corso, destabilizzando i tradizionali assetti tra diritto pubblico e privato e ridefinendo le relazioni tra grandi proprietari e lavoratori. Dunque, che ruolo avrebbe potuto assumere la terra in un contesto ormai così mutato? E come affrontare l’esigenza di rinnovamento di un assento non più statico, bensì capace di rispondere alle sfide del progresso e della produttività? In questo scenario, la famiglia colonica, da lungo tempo marginalizzata, si affermò come protagonista inattesa. Pilastro del sistema mezzadrile, essa incarnò l’ideale di un’agricoltura basata su autosufficienza e operosità, assumendo un valore simbolico di rinnovamento. La sua ascesa si intrecciò profondamente con le ambizioni del regime fascista, che ne fece un emblema di coesione sociale e prolificità, strumentalizzandola per il raggiungimento dei propri obiettivi di autarchia e modernizzazione agricola, come dimostra il caso del contratto collettivo per la conduzione a colonia con l’obbligo di miglioria delle unità poderali del latifondo siciliano. Il Codice civile italiano del 1942 rappresentò un punto di svolta in questo processo, riconoscendo alla proprietà terriera, e alla c.d. “comunione familiare nell’esercizio dell’agricoltura”, un ruolo strategico per lo sviluppo del Paese. Ma questo cambiamento rappresentò esclusivamente un progresso tecnico o si trattò di una svolta culturale più ampia? Partendo da tale interrogativo, il contributo intende analizzare le intricate connessioni tra famiglia, terra e proprietà agraria nella prima metà del Novecento, evidenziando – anche grazie ai documenti dell’archivio Filippo Vassalli e alle opere del grande giurista romano – come tali fattori abbiano contribuito a ridefinire il paesaggio rurale italiano, lasciando un segno indelebile nella sua storia

Terra, profitto e «consorzi taciti familiari»:un itinerario attraverso le carte dell’Archivio Filippo Vassalli

Francesco Ciccolo
2026-01-01

Abstract

Agli inizi del Novecento, importanti trasformazioni generate da nuove dinamiche economiche e sociali si ebbero con riferimento al rapporto tra beni agricoli e i «consorzi taciti familiari». La spinta verso la modernizzazione, l’apertura ai mercati nazionali e l’urgenza di ottimizzare la gestione delle risorse agricole rappresentarono tutti fattori che imposero un ripensamento delle strutture rurali e delle norme giuridiche che regolavano lo sfruttamento della terra ad opera delle famiglie coloniche. A complicare ulteriormente questo quadro intervenne il Primo conflitto mondiale, che accelerò i cambiamenti in corso, destabilizzando i tradizionali assetti tra diritto pubblico e privato e ridefinendo le relazioni tra grandi proprietari e lavoratori. Dunque, che ruolo avrebbe potuto assumere la terra in un contesto ormai così mutato? E come affrontare l’esigenza di rinnovamento di un assento non più statico, bensì capace di rispondere alle sfide del progresso e della produttività? In questo scenario, la famiglia colonica, da lungo tempo marginalizzata, si affermò come protagonista inattesa. Pilastro del sistema mezzadrile, essa incarnò l’ideale di un’agricoltura basata su autosufficienza e operosità, assumendo un valore simbolico di rinnovamento. La sua ascesa si intrecciò profondamente con le ambizioni del regime fascista, che ne fece un emblema di coesione sociale e prolificità, strumentalizzandola per il raggiungimento dei propri obiettivi di autarchia e modernizzazione agricola, come dimostra il caso del contratto collettivo per la conduzione a colonia con l’obbligo di miglioria delle unità poderali del latifondo siciliano. Il Codice civile italiano del 1942 rappresentò un punto di svolta in questo processo, riconoscendo alla proprietà terriera, e alla c.d. “comunione familiare nell’esercizio dell’agricoltura”, un ruolo strategico per lo sviluppo del Paese. Ma questo cambiamento rappresentò esclusivamente un progresso tecnico o si trattò di una svolta culturale più ampia? Partendo da tale interrogativo, il contributo intende analizzare le intricate connessioni tra famiglia, terra e proprietà agraria nella prima metà del Novecento, evidenziando – anche grazie ai documenti dell’archivio Filippo Vassalli e alle opere del grande giurista romano – come tali fattori abbiano contribuito a ridefinire il paesaggio rurale italiano, lasciando un segno indelebile nella sua storia
2026
9791221118988
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