Il saggio analizza il processo di umanizzazione dell'eroe che, nel loro specifico ambito letterario e poetico-musicale, i cantastorie attuano riprendendo, di tanto in tanto, temi dell'epica carolingia. Più che confermare le verità assertorie imposte dal Mito, i cantastorie ricercano nel Medioevo dei personaggi epici spunti situazionali, morali, pratici per ripensare la nostra contemporaneità. Si sa come in Sicilia, le pratiche teatrali del “teatro dei pupi” (“opra”) abbiano intenzionalmente avvalorato gli aspetti più "seri" dell'epopea carolingia. Un'epopea medievale, poi rinascimentale, che gli opranti, come anche i “cuntastorie”, mutuarono in epoca risorgimentale da una fitta schiera di “romanzi d'appendice” in cui i raffinatissimi, aristocratici e irrisolti contrasti etici dell'”ideal-cortese” venivano ripresi entro un trionfalistico quadro nazional-popolare fondato sul rispetto della sovranità, della patria unita, dell'Evangelo che muove alla difesa armata di fede e giustizia. Al contrario, i quadri conoscitivi cui la simbologia epico-cavalleresca dà luogo nelle esplorazioni poetico-musicali che, sia pur sporadicamente rispetto ai temi della cronaca e deIl'attualità, ne continuano a fare e “cantastorie”, mostrano forti distanze dalle riprese liturgiche ottocentesche della “chanson de geste”. Nei vastissimi repertori letterari di poeti e cantastorie siciliani quali lgnazio Buttitta, Orazio Strano, Turiddu Bella, Cicciu Busacca, Vito Santangelo, Fortunato Sindoni i paladini non sono trattati come marionette che rappresentano l'eterno ritorno di un mito medievale ma con gli stessi toni con cui si trattano i personaggi della nostra storia. La fondamentale disposizione riflessiva dei cantastorie, che sa trovare quasi esclusivamente nelle cronache di ogni giorno i materiali per narrazioni poetico-musicali di piazza, sembra cioè attrarre nel suo vortice anche gli eroi carolingi che, quando vi compaiono, si trovano a essere più ricondotti alle schiere degli uomini che a quelle delle maschere, dei personaggi-tipo, delle macchiette che, dai palchi itineranti della Commedia dell'Arte portarono, attraverso il Teatro del Mondo di Carlo Goldoni e i “casotti” della pulcinellata romana e napoletana, come della “vastasata” palermitana di fine Settecento, alla nascita e alla diffusione del Teatro dei Pupi. I paladini dei cantastorie non vengono mossi come pupi a fili nei fondali stereotipati di un teatro mitico-rituale: non hanno sempre ragione, non sono sempre vincenti, spesso ci appaiono disarmati, dubbiosi, pentiti, sull'orlo del suicidio, vittime eretiche nei confronti del loro stesso, corazzatissimo “habitus” corporativo , armato, religioso, feudale, nazionale; e la “chanson de geste” ridiventa di colpo, come del resto lo era nelle primissime lezioni trobadoriche, un curioso strumentario per svelare perverse “ragion degli uomini” come quelle di Orlando, il “Cristo armato” che per la sua contraddittorietà morale e religiosa la “Chanson”, in pochi versi finali, prima della sua tragica morte a Roncisvalle, mostra in un improvviso atteggiamento di pentimento.

Dalla chanson de geste alla ragion degli uomini. L'umanizzazione dell'eroe nella letteratura epico-cavalleresca dei cantastorie

GERACI, Mauro
2005

Abstract

Il saggio analizza il processo di umanizzazione dell'eroe che, nel loro specifico ambito letterario e poetico-musicale, i cantastorie attuano riprendendo, di tanto in tanto, temi dell'epica carolingia. Più che confermare le verità assertorie imposte dal Mito, i cantastorie ricercano nel Medioevo dei personaggi epici spunti situazionali, morali, pratici per ripensare la nostra contemporaneità. Si sa come in Sicilia, le pratiche teatrali del “teatro dei pupi” (“opra”) abbiano intenzionalmente avvalorato gli aspetti più "seri" dell'epopea carolingia. Un'epopea medievale, poi rinascimentale, che gli opranti, come anche i “cuntastorie”, mutuarono in epoca risorgimentale da una fitta schiera di “romanzi d'appendice” in cui i raffinatissimi, aristocratici e irrisolti contrasti etici dell'”ideal-cortese” venivano ripresi entro un trionfalistico quadro nazional-popolare fondato sul rispetto della sovranità, della patria unita, dell'Evangelo che muove alla difesa armata di fede e giustizia. Al contrario, i quadri conoscitivi cui la simbologia epico-cavalleresca dà luogo nelle esplorazioni poetico-musicali che, sia pur sporadicamente rispetto ai temi della cronaca e deIl'attualità, ne continuano a fare e “cantastorie”, mostrano forti distanze dalle riprese liturgiche ottocentesche della “chanson de geste”. Nei vastissimi repertori letterari di poeti e cantastorie siciliani quali lgnazio Buttitta, Orazio Strano, Turiddu Bella, Cicciu Busacca, Vito Santangelo, Fortunato Sindoni i paladini non sono trattati come marionette che rappresentano l'eterno ritorno di un mito medievale ma con gli stessi toni con cui si trattano i personaggi della nostra storia. La fondamentale disposizione riflessiva dei cantastorie, che sa trovare quasi esclusivamente nelle cronache di ogni giorno i materiali per narrazioni poetico-musicali di piazza, sembra cioè attrarre nel suo vortice anche gli eroi carolingi che, quando vi compaiono, si trovano a essere più ricondotti alle schiere degli uomini che a quelle delle maschere, dei personaggi-tipo, delle macchiette che, dai palchi itineranti della Commedia dell'Arte portarono, attraverso il Teatro del Mondo di Carlo Goldoni e i “casotti” della pulcinellata romana e napoletana, come della “vastasata” palermitana di fine Settecento, alla nascita e alla diffusione del Teatro dei Pupi. I paladini dei cantastorie non vengono mossi come pupi a fili nei fondali stereotipati di un teatro mitico-rituale: non hanno sempre ragione, non sono sempre vincenti, spesso ci appaiono disarmati, dubbiosi, pentiti, sull'orlo del suicidio, vittime eretiche nei confronti del loro stesso, corazzatissimo “habitus” corporativo , armato, religioso, feudale, nazionale; e la “chanson de geste” ridiventa di colpo, come del resto lo era nelle primissime lezioni trobadoriche, un curioso strumentario per svelare perverse “ragion degli uomini” come quelle di Orlando, il “Cristo armato” che per la sua contraddittorietà morale e religiosa la “Chanson”, in pochi versi finali, prima della sua tragica morte a Roncisvalle, mostra in un improvviso atteggiamento di pentimento.
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