I caratteri peculiari del comunismo cecoslovacco riflettono una specificità culturale e una storia nazionale che appartengono esclusivamente a questo popolo, anzi a questi popoli: ceco e slovacco. Il loro radicato sentimento nazionale viene da lontano e se da una parte li ha tenuti uniti per quasi ottant’anni, dall’altra non ha mai cancellato le differenze esistenti tra le loro rispettive esperienze politiche, culturali e religiose, maturate nel corso di molti secoli. Già dopo la morte (1937) di Masaryk, “padre” dello Stato cecoslovacco, era cominciato in realtà un graduale processo di separazione tra Praga e Bratislava al quale il partito comunista, salito al potere con il “colpo di Praga” del febbraio 1948, si era opposto recisamente sulla base di un rinnovato spirito unitario che si doveva fondare essenzialmente, se non esclusivamente, sulla forza, anche coercitiva, dell’ideologia al potere. La storia della Cecoslovacchia socialista negli anni di Gottwald prima e poi durante il lungo “regno” di Novotný, fedelissimo di Mosca, è la storia di un potere fortemente concentrato non solo nelle mani del partito, ma, all’interno di esso, in un gruppo dirigente che è, ancora una volta, prevalentemente ceco. Nessuna “via nazionale al socialismo” viene tentata in quegli anni e, anzi, la Cecoslovacchia si distingue per una totale refrattarietà a qualsiasi tentativo, sia pur timido, di riforma del sistema sulla scia degli esempi polacco e, soprattutto, ungherese. La svolta, imprevista ma da tempo avvertita come necessaria negli ambienti più sensibili del Paese, giunge grazie soprattutto alle capacità critiche mai dimenticate di una schiera di intellettuali che, dentro o fuori del partito, cominciano fin dal giugno del 1967 (IV congresso degli scrittori cecoslovacchi) a manifestare con coraggio e determinazione il disagio materiale e morale di una nazione intera e la necessità di un rinnovamento complessivo della società. La Primavera di Praga comincia allora.

Prima del '68: la Cecoslovacchia da Novotný a Dubček

FORNARO, Pasquale
2009

Abstract

I caratteri peculiari del comunismo cecoslovacco riflettono una specificità culturale e una storia nazionale che appartengono esclusivamente a questo popolo, anzi a questi popoli: ceco e slovacco. Il loro radicato sentimento nazionale viene da lontano e se da una parte li ha tenuti uniti per quasi ottant’anni, dall’altra non ha mai cancellato le differenze esistenti tra le loro rispettive esperienze politiche, culturali e religiose, maturate nel corso di molti secoli. Già dopo la morte (1937) di Masaryk, “padre” dello Stato cecoslovacco, era cominciato in realtà un graduale processo di separazione tra Praga e Bratislava al quale il partito comunista, salito al potere con il “colpo di Praga” del febbraio 1948, si era opposto recisamente sulla base di un rinnovato spirito unitario che si doveva fondare essenzialmente, se non esclusivamente, sulla forza, anche coercitiva, dell’ideologia al potere. La storia della Cecoslovacchia socialista negli anni di Gottwald prima e poi durante il lungo “regno” di Novotný, fedelissimo di Mosca, è la storia di un potere fortemente concentrato non solo nelle mani del partito, ma, all’interno di esso, in un gruppo dirigente che è, ancora una volta, prevalentemente ceco. Nessuna “via nazionale al socialismo” viene tentata in quegli anni e, anzi, la Cecoslovacchia si distingue per una totale refrattarietà a qualsiasi tentativo, sia pur timido, di riforma del sistema sulla scia degli esempi polacco e, soprattutto, ungherese. La svolta, imprevista ma da tempo avvertita come necessaria negli ambienti più sensibili del Paese, giunge grazie soprattutto alle capacità critiche mai dimenticate di una schiera di intellettuali che, dentro o fuori del partito, cominciano fin dal giugno del 1967 (IV congresso degli scrittori cecoslovacchi) a manifestare con coraggio e determinazione il disagio materiale e morale di una nazione intera e la necessità di un rinnovamento complessivo della società. La Primavera di Praga comincia allora.
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