Intrecciando fonti bibliografiche, documenti archivistici e indagini sul territorio si è assecondata l’esigenza di indovinare per i sistemi di mulini più integri il legame esistente fra varianti tipologiche e configurazione idrografica, per poi sostanziare la cultura tecnica dei diversi tipi affiorati e le mutazioni evolutive, se presenti. Il campo di osservazione è stato circoscritto ai versanti meridionale e settentrionale dei Peloritani escludendo le Caronie La ricognizione effettuata sul campo, dalle antiche istallazioni medievali documentabili e ancora presenti, sia pure in traccia, a quelle oggetto delle liberatorie seicentesche fino alle ultime confortate dalle concessioni dell’Ottocento, ha evidenziato una permanenza tecnologica nell’approccio tecnico-costruttivo ai diversi tipi rinvenuti, confermando quanto già sostenuto dalle fonti bibliografiche per il territorio regionale. Si è accreditata una realtà diacronica, che fa discendere la scelta tecnologica non tanto dall’evolversi nelle acquisizioni di un sapere costruttivo, quanto piuttosto di uno idraulico: il regime idrogeologico, nel territorio attraversato, modificava il disegno delle parti che dovevano sfruttare l’energia idraulica, e insieme la dislocazione rispetto alla fonte di approvvigionamento. Mulini a ruota orizzontale o verticale quindi a seconda di velocità, pendenza e livello stagionale di piena del sistema fluviale che determinavano l’entità della portata e del salto d’acqua con cui “animare” gli ordigni meccanici. La verifica dei dati idrografici rilevati nell’Ottocento, incrociata con frammenti di realtà ancora presenti sul territorio supporta nel sostenere, essendo più di un indizio, che, laddove fiumare e torrenti mostravano portate incostanti, con salti d’acqua elevati, meglio se superiori a dieci metri o comunque realizzabili essendo le aree collinari o pedemontane, le scelte andavano ai mulini con ruota orizzontale a palette, in genere alimentati a gorgata, vasca dove l’acqua veniva raccolta nei periodi di piena delle fonti di approvvigionamento, e solo raramente a quelli con ruota verticale a cassette di dimensione medio-grandi alimentata “per di sopra”, tipo invece sfruttato pienamente per portate discrete dal deflusso abbastanza costante e con cadute ideali fra quattro e nove metri. La diffusa scarsità d’acqua su entrambi i versanti peloritani è tuttavia testimoniata da una ulteriore peculiarità rintracciata prima nelle fonti poi sul campo. Riguarda il ricorso alla disposizione dei mulini “in sequenza”, invenzione degli arabi, l’uno sfruttando l’acqua proveniente dal precedente, e tutti fruendo della stessa, irreggimentata a monte e guidata in gore. Per il rilascio di ogni concessione si richiedeva che la presenza di un nuovo mulino non arrecasse danno alla molitura degli altri, laddove l’inadempienza, spesso perpetrata ai danni di qualcuno giustificava le innumerevoli suppliche di riduzione del censo da corrispondere per il diritto del salto d’acqua, motivate dalla incostanza della molitura. Un maggiore ricorso a tale relazione di interdipendenza si ritrova sul versante ionico dove erano “in sequenza” gli undici impianti sulla fiumara di Bordonaro - dalla sorgente a Falanga 1 -, i sedici sulla fiumara di San Filippo - da Abbadessa a Monica 2 -, i quattordici sulla fiumara di Larderia - da Marchese 1 a Martinetto - e ancora gli undici sulla fiumara di Mili - da Mancuso a Caravacci.

All'origine era l'acqua: i "mulini a palmenti" di Messina

FIANDACA, Ornella
2009

Abstract

Intrecciando fonti bibliografiche, documenti archivistici e indagini sul territorio si è assecondata l’esigenza di indovinare per i sistemi di mulini più integri il legame esistente fra varianti tipologiche e configurazione idrografica, per poi sostanziare la cultura tecnica dei diversi tipi affiorati e le mutazioni evolutive, se presenti. Il campo di osservazione è stato circoscritto ai versanti meridionale e settentrionale dei Peloritani escludendo le Caronie La ricognizione effettuata sul campo, dalle antiche istallazioni medievali documentabili e ancora presenti, sia pure in traccia, a quelle oggetto delle liberatorie seicentesche fino alle ultime confortate dalle concessioni dell’Ottocento, ha evidenziato una permanenza tecnologica nell’approccio tecnico-costruttivo ai diversi tipi rinvenuti, confermando quanto già sostenuto dalle fonti bibliografiche per il territorio regionale. Si è accreditata una realtà diacronica, che fa discendere la scelta tecnologica non tanto dall’evolversi nelle acquisizioni di un sapere costruttivo, quanto piuttosto di uno idraulico: il regime idrogeologico, nel territorio attraversato, modificava il disegno delle parti che dovevano sfruttare l’energia idraulica, e insieme la dislocazione rispetto alla fonte di approvvigionamento. Mulini a ruota orizzontale o verticale quindi a seconda di velocità, pendenza e livello stagionale di piena del sistema fluviale che determinavano l’entità della portata e del salto d’acqua con cui “animare” gli ordigni meccanici. La verifica dei dati idrografici rilevati nell’Ottocento, incrociata con frammenti di realtà ancora presenti sul territorio supporta nel sostenere, essendo più di un indizio, che, laddove fiumare e torrenti mostravano portate incostanti, con salti d’acqua elevati, meglio se superiori a dieci metri o comunque realizzabili essendo le aree collinari o pedemontane, le scelte andavano ai mulini con ruota orizzontale a palette, in genere alimentati a gorgata, vasca dove l’acqua veniva raccolta nei periodi di piena delle fonti di approvvigionamento, e solo raramente a quelli con ruota verticale a cassette di dimensione medio-grandi alimentata “per di sopra”, tipo invece sfruttato pienamente per portate discrete dal deflusso abbastanza costante e con cadute ideali fra quattro e nove metri. La diffusa scarsità d’acqua su entrambi i versanti peloritani è tuttavia testimoniata da una ulteriore peculiarità rintracciata prima nelle fonti poi sul campo. Riguarda il ricorso alla disposizione dei mulini “in sequenza”, invenzione degli arabi, l’uno sfruttando l’acqua proveniente dal precedente, e tutti fruendo della stessa, irreggimentata a monte e guidata in gore. Per il rilascio di ogni concessione si richiedeva che la presenza di un nuovo mulino non arrecasse danno alla molitura degli altri, laddove l’inadempienza, spesso perpetrata ai danni di qualcuno giustificava le innumerevoli suppliche di riduzione del censo da corrispondere per il diritto del salto d’acqua, motivate dalla incostanza della molitura. Un maggiore ricorso a tale relazione di interdipendenza si ritrova sul versante ionico dove erano “in sequenza” gli undici impianti sulla fiumara di Bordonaro - dalla sorgente a Falanga 1 -, i sedici sulla fiumara di San Filippo - da Abbadessa a Monica 2 -, i quattordici sulla fiumara di Larderia - da Marchese 1 a Martinetto - e ancora gli undici sulla fiumara di Mili - da Mancuso a Caravacci.
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