Il tromboembolismo venoso in donne gravide e nelle puerpere è un fenomeno ad elevata morbilità – acuta e cronica – e rappresenta la principale causa di mortalità materna nei Paesi sviluppati, essendo responsabile del 15 % dei decessi1; nel Regno Unito, ad esempio, l’embolia polmonare causa il decesso di 1.56 soggetti su 100.0002. Nel nostro Paese, secondo i dati forniti dall’Istat, l’embolia polmonare non figura tra le prime dieci cause di morte, verosimilmente in rapporto ad una sottostima del fenomeno, determinata da un errata diagnosi di morte in mancanza di un riscontro autoptico3. La prevenibilità dell’evento trombotico in gravidanza e nel puerperio mediante adeguata profilassi (farmacologica e non solo) rappresenta un tema scientifico molto dibattuto, data l’assenza di evidenze univoche e condivise che consentano l’individuazione di standards terapeutici assolutamente appropriati ed efficaci4. Infatti, la copiosa letteratura tecnico-scientifica sull’argomento, non fornisce conclusioni perfettamente sovrapponibili, né pareri unanimi, sicché l’eventualità di somministrare una profilassi antitrombotica in corso di gravidanza e nel post partum rappresenta, oggi, una sfida per ogni clinico, obbligato a definire il rischio tromboembolico per ogni paziente al fine di somministrare una terapia quanto più possibile “tarata” sull’individuo nel senso della “personalizzazione”. A ciò si aggiunga che, proprio in ragione del meccanismo concausale con cui i diversi fattori interagiscono nel determinismo dell’evento trombotico, definire un approccio farmacologico universale è in realtà piuttosto arduo, specie in relazione alla necessità, appunto, di “individualizzare” – qualitativamente e quantitativamente – la scelta terapeutica più appropriata. Tale percorso, peraltro, richiederebbe la preliminare valutazione del rischio trombotico per ciascuna paziente anche mediante specifiche e non routinarie indagini laboratoristiche, allo stato poco e spesso male impiegate soprattutto in ambiti, quale quello sanitario pubblico, sempre impegnato nella “razionalizzazione al risparmio” delle risorse economiche. Il caso giunto all’osservazione degli Autori ha fornito un interessante spunto per l’analisi della letteratura scientifica in argomento, al fine di consentire la formulazione di un giudizio di ammissione, ovvero esclusione, di elementi configurativi di responsabilità professionale per omessa prescrizione di profilassi antitrombotica nel post partum.

TROMBOSI MESENTERICA POST PARTUM: DESCRIZIONE DI UN CASO E ASPETTI DI RESPONSABILITA’ PROFESSIONALE

PISCOPO, AMALIA;ASMUNDO, Alessio;SAPIENZA, Daniela;GUALNIERA, Patrizia
2010

Abstract

Il tromboembolismo venoso in donne gravide e nelle puerpere è un fenomeno ad elevata morbilità – acuta e cronica – e rappresenta la principale causa di mortalità materna nei Paesi sviluppati, essendo responsabile del 15 % dei decessi1; nel Regno Unito, ad esempio, l’embolia polmonare causa il decesso di 1.56 soggetti su 100.0002. Nel nostro Paese, secondo i dati forniti dall’Istat, l’embolia polmonare non figura tra le prime dieci cause di morte, verosimilmente in rapporto ad una sottostima del fenomeno, determinata da un errata diagnosi di morte in mancanza di un riscontro autoptico3. La prevenibilità dell’evento trombotico in gravidanza e nel puerperio mediante adeguata profilassi (farmacologica e non solo) rappresenta un tema scientifico molto dibattuto, data l’assenza di evidenze univoche e condivise che consentano l’individuazione di standards terapeutici assolutamente appropriati ed efficaci4. Infatti, la copiosa letteratura tecnico-scientifica sull’argomento, non fornisce conclusioni perfettamente sovrapponibili, né pareri unanimi, sicché l’eventualità di somministrare una profilassi antitrombotica in corso di gravidanza e nel post partum rappresenta, oggi, una sfida per ogni clinico, obbligato a definire il rischio tromboembolico per ogni paziente al fine di somministrare una terapia quanto più possibile “tarata” sull’individuo nel senso della “personalizzazione”. A ciò si aggiunga che, proprio in ragione del meccanismo concausale con cui i diversi fattori interagiscono nel determinismo dell’evento trombotico, definire un approccio farmacologico universale è in realtà piuttosto arduo, specie in relazione alla necessità, appunto, di “individualizzare” – qualitativamente e quantitativamente – la scelta terapeutica più appropriata. Tale percorso, peraltro, richiederebbe la preliminare valutazione del rischio trombotico per ciascuna paziente anche mediante specifiche e non routinarie indagini laboratoristiche, allo stato poco e spesso male impiegate soprattutto in ambiti, quale quello sanitario pubblico, sempre impegnato nella “razionalizzazione al risparmio” delle risorse economiche. Il caso giunto all’osservazione degli Autori ha fornito un interessante spunto per l’analisi della letteratura scientifica in argomento, al fine di consentire la formulazione di un giudizio di ammissione, ovvero esclusione, di elementi configurativi di responsabilità professionale per omessa prescrizione di profilassi antitrombotica nel post partum.
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