La neuropsicologia clinica si è posta come la ricerca di correlati anatomici dei processi mentali, partendo dal presupposto che le strutture e le funzioni tradurrebbero le relazioni mente-cervello esprimendo rappresentazioni “codificate” degli eventi psichici. Ultimamente si assiste ad una inversione di tendenza, in cui gli stati mentali soggettivi (coscienza, emozioni, personalità, motivazione) hanno assunto dignità e centralità nella ricerca neuroscientifica. La teoria della complessità aiuta a spiegare il funzionamento e la natura della mente: come conosciamo il mondo esterno e come agiamo su di esso, come ci emozioniamo e come la cognizione si è plasmata nel corso dell’evoluzione. La neuropsicologia clinica, utilizzando la chiave di lettura dinamica ed ecologica della psicologia clinica, ha messo in luce non solo che un danno cerebrale riduce l’attività cognitiva, ma che provoca anche la perdita dell’ emotività, alterando la relazione fra se stessi e l’ambiente nonché le attività di giudizio e di sentimento necessarie per compiere scelte personali di comportamento consone ai propri obiettivi, alle richieste sociali e alle relazioni interpersonali. Ciò sta rivoluzionando la pratica clinica, orientandola verso trattamenti riabilitativi e psicoterapici integrati. Questo radicale ripensamento, in senso olistico, risponde a quadri etiopatogenetici di una generale destrutturazione della funzionalità dinamica integrativa. La perdita funzionale genera lo scardinamento della struttura identitaria. Da questo disordine l’Io, attraverso compensazioni e riadattamenti, cerca di riemergere attraverso mezzi non sempre adeguati. Ciò si rivela nella fase degli outcome, in cui i pazienti raggiungono un certo livello di recupero funzionale cognitivo e comportamentale, mentre si insinuano e si rafforzano i disordini della regolazione emotiva ed affettiva che, sotto il profilo relazionale, rappresentano gli ostacoli al reinserimento sociale.

Mente, cervello e relazione: la pratica clinica neuropsicologica riconsiderata attraverso la teoria della complessità

QUATTROPANI, MARIA CATENA
2011

Abstract

La neuropsicologia clinica si è posta come la ricerca di correlati anatomici dei processi mentali, partendo dal presupposto che le strutture e le funzioni tradurrebbero le relazioni mente-cervello esprimendo rappresentazioni “codificate” degli eventi psichici. Ultimamente si assiste ad una inversione di tendenza, in cui gli stati mentali soggettivi (coscienza, emozioni, personalità, motivazione) hanno assunto dignità e centralità nella ricerca neuroscientifica. La teoria della complessità aiuta a spiegare il funzionamento e la natura della mente: come conosciamo il mondo esterno e come agiamo su di esso, come ci emozioniamo e come la cognizione si è plasmata nel corso dell’evoluzione. La neuropsicologia clinica, utilizzando la chiave di lettura dinamica ed ecologica della psicologia clinica, ha messo in luce non solo che un danno cerebrale riduce l’attività cognitiva, ma che provoca anche la perdita dell’ emotività, alterando la relazione fra se stessi e l’ambiente nonché le attività di giudizio e di sentimento necessarie per compiere scelte personali di comportamento consone ai propri obiettivi, alle richieste sociali e alle relazioni interpersonali. Ciò sta rivoluzionando la pratica clinica, orientandola verso trattamenti riabilitativi e psicoterapici integrati. Questo radicale ripensamento, in senso olistico, risponde a quadri etiopatogenetici di una generale destrutturazione della funzionalità dinamica integrativa. La perdita funzionale genera lo scardinamento della struttura identitaria. Da questo disordine l’Io, attraverso compensazioni e riadattamenti, cerca di riemergere attraverso mezzi non sempre adeguati. Ciò si rivela nella fase degli outcome, in cui i pazienti raggiungono un certo livello di recupero funzionale cognitivo e comportamentale, mentre si insinuano e si rafforzano i disordini della regolazione emotiva ed affettiva che, sotto il profilo relazionale, rappresentano gli ostacoli al reinserimento sociale.
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