I nomi adottati per la moneta consentono di cogliere “dall’interno” la diversa mentalità che si riflette sulle origini della monetazione in Sicilia, e l’importanza che nelle scelte dei coloni greci hanno avuto le tradizioni già presenti nell’isola. I Siciliani indicavano con il nome astratto nomos (confrontabile con nomos/legge, poiché della moneta si evidenziava innanzitutto la natura legale e fiduciaria), il nominale che in Grecia o nelle città greche dell’Asia Minore era chiamato stater, con riferimento al “peso determinato” del metallo in esso contenuto. Il termine stater, invece, ancora nella prima metà del V sec. a.C., conservava in Sicilia il significato originario di “debitore” (cioè di “pesatore” del proprio debito, Epicharmos fr. 116 Kaibel), e nel sintagma stater dekalitros indicava il didrammo greco; l’unità di misura locale – di tradizione indigena - era infatti la litra. In Sicilia le fasi premonetali sembrano documentate dalla circolazione del bronzo in lingotti, le prime monete, realizzate tutte da poleis colonizzate dai Greci e situate sulla costa, sono invece in argento. Agli inizi le loro emissioni differiscono sia nel sistema ponderale (calcidese, euboico-attico, corinzio?) che nella scelta dei nominali: didrammi e tetradrammi nelle città della fascia più meridionale della Sicilia, dracme e frazioni nelle colonie calcidesi di Himera, Zancle e Naxos. A partire dal 460 a.C. ca. ai nominali in argento si affiancano o subentrano le emissioni in bronzo: monete in bronzo pesante soprattutto nella Sicilia occidentale, in bronzo leggero e fiduciario nella Sicilia orientale. Le monete in bronzo pesante, verosimilmente utilizzate in un regime di monometallismo (sicuramente attestato a Lipara), si rinvengono soprattutto ai confini della chora cittadina e si caratterizzano come monete “di frontiera”; la moneta in bronzo fiduciario, che trova la sua copertura nelle contemporanee coniazioni in metallo pregiato, ha una circolazione maggiormente interna alla polis. In Magna Grecia, fin dalle coniazioni incuse, le monete non sembrano destinate ad un uso locale. Sia i rinvenimenti sporadici che da tesoretto documentano la presenza degli stateri lontana dalle città di emissione. Le presenze si addensano nella penisola salentina e poi anche in Lucania, come se quelle zone fossero state fin dall’inizio le destinatarie privilegiate del numerario. Come in Sicilia anche a Taranto – teste Aristotele - lo statere d’argento si chiamava nomos (donde nummus latino e noummos greco), ma alla fine del III sec. a.C. - nella medesima area apula - col termine nummus si indicavano i bronzi di Teate e Venusia emessi secondo la norma sestantale ridotta dell’aes grave romano. Da statere in argento di circa 8 g., il nomos/nummus aveva quindi subito una forte svalutazione e riduzione ponderale che lo avevano convertito in unità di bronzo di soli 36 g. Il medesimo fenomeno, o addirittura più accentuato, di riduzione ponderale aveva interessato anche l’unità di computo siciliana, la litra. Polluce spiega il significato di una dikellan pentastateron (“zappa pesante cinque stateri”), con i termini pentamnoun e pentalitron, facendo coincidere il peso della litra con quello della mina attica, cioè con un peso ben più elevato dei 109 g. testimoniatici dalla più pesante litra in bronzo emessa in Sicilia: da Lipara verso la metà del V sec. a.C. Alcuni glottologi ritengono che la libbra romana - sia nel nome che nel peso - fosse derivata dalla litra siciliana. Se ciò è vero le diverse libbre (maggiori o minori dei “canonici” 327 g. attribuiti alla libbra romana), ritenute alla base delle emissioni bronzee di città italiche che erano coloniae o alleate di Roma, rifletterebbero in realtà la progressiva svalutazione della medesima ed unica libbra, in corrispondenza delle spese determinate dall'ampliamento territoriale di Roma e dall'oneroso controllo dei territori conquistati. unica libbra, in corrispondenza delle spese determinate dall’ampliamento territoriale di Roma e dal rigido controllo dei territori conquistati. emessa in Sicilia da Lipara verso la metà del V sec. a.C. Alcuni glottologi ritengono che la libbra romana - sia nel nome che nel peso - fosse derivata dalla litra siciliana. Se ciò è vero le diverse libbre (maggiori o minori dei “canonici” 327 g. della libbra romana), ritenute alla base delle emissioni bronzee di città italiche che erano coloniae o alleate di Roma, potrebbero riflettere la progressiva svalutazione della medesima ed unica libbra, in corrispondenza delle spese determinate dall’ampliamento territoriale di Roma e dal rigido controllo dei territori conquistati. siciliano (Sosicrates, CAF, III 391, 1 Kock) della prima metà del V sec. a.C., con i termini pentamnoun e pentalitron, facendo coincidere il peso della litra con quello della mina attica, cioè con un peso ben più elevato dei 109 g. testimoniatici dalla più pesante litra in bronzo emessa in Sicilia da Lipara verso la metà del V sec. a.C. Alcuni glottologi ritengono che la libbra romana - sia nel nome che nel peso - fosse derivata dalla nomos (

Dalla premoneta alla moneta tra scelte politiche ed economia in Sicilia e in territorio italico

CALTABIANO, Maria
2011

Abstract

I nomi adottati per la moneta consentono di cogliere “dall’interno” la diversa mentalità che si riflette sulle origini della monetazione in Sicilia, e l’importanza che nelle scelte dei coloni greci hanno avuto le tradizioni già presenti nell’isola. I Siciliani indicavano con il nome astratto nomos (confrontabile con nomos/legge, poiché della moneta si evidenziava innanzitutto la natura legale e fiduciaria), il nominale che in Grecia o nelle città greche dell’Asia Minore era chiamato stater, con riferimento al “peso determinato” del metallo in esso contenuto. Il termine stater, invece, ancora nella prima metà del V sec. a.C., conservava in Sicilia il significato originario di “debitore” (cioè di “pesatore” del proprio debito, Epicharmos fr. 116 Kaibel), e nel sintagma stater dekalitros indicava il didrammo greco; l’unità di misura locale – di tradizione indigena - era infatti la litra. In Sicilia le fasi premonetali sembrano documentate dalla circolazione del bronzo in lingotti, le prime monete, realizzate tutte da poleis colonizzate dai Greci e situate sulla costa, sono invece in argento. Agli inizi le loro emissioni differiscono sia nel sistema ponderale (calcidese, euboico-attico, corinzio?) che nella scelta dei nominali: didrammi e tetradrammi nelle città della fascia più meridionale della Sicilia, dracme e frazioni nelle colonie calcidesi di Himera, Zancle e Naxos. A partire dal 460 a.C. ca. ai nominali in argento si affiancano o subentrano le emissioni in bronzo: monete in bronzo pesante soprattutto nella Sicilia occidentale, in bronzo leggero e fiduciario nella Sicilia orientale. Le monete in bronzo pesante, verosimilmente utilizzate in un regime di monometallismo (sicuramente attestato a Lipara), si rinvengono soprattutto ai confini della chora cittadina e si caratterizzano come monete “di frontiera”; la moneta in bronzo fiduciario, che trova la sua copertura nelle contemporanee coniazioni in metallo pregiato, ha una circolazione maggiormente interna alla polis. In Magna Grecia, fin dalle coniazioni incuse, le monete non sembrano destinate ad un uso locale. Sia i rinvenimenti sporadici che da tesoretto documentano la presenza degli stateri lontana dalle città di emissione. Le presenze si addensano nella penisola salentina e poi anche in Lucania, come se quelle zone fossero state fin dall’inizio le destinatarie privilegiate del numerario. Come in Sicilia anche a Taranto – teste Aristotele - lo statere d’argento si chiamava nomos (donde nummus latino e noummos greco), ma alla fine del III sec. a.C. - nella medesima area apula - col termine nummus si indicavano i bronzi di Teate e Venusia emessi secondo la norma sestantale ridotta dell’aes grave romano. Da statere in argento di circa 8 g., il nomos/nummus aveva quindi subito una forte svalutazione e riduzione ponderale che lo avevano convertito in unità di bronzo di soli 36 g. Il medesimo fenomeno, o addirittura più accentuato, di riduzione ponderale aveva interessato anche l’unità di computo siciliana, la litra. Polluce spiega il significato di una dikellan pentastateron (“zappa pesante cinque stateri”), con i termini pentamnoun e pentalitron, facendo coincidere il peso della litra con quello della mina attica, cioè con un peso ben più elevato dei 109 g. testimoniatici dalla più pesante litra in bronzo emessa in Sicilia: da Lipara verso la metà del V sec. a.C. Alcuni glottologi ritengono che la libbra romana - sia nel nome che nel peso - fosse derivata dalla litra siciliana. Se ciò è vero le diverse libbre (maggiori o minori dei “canonici” 327 g. attribuiti alla libbra romana), ritenute alla base delle emissioni bronzee di città italiche che erano coloniae o alleate di Roma, rifletterebbero in realtà la progressiva svalutazione della medesima ed unica libbra, in corrispondenza delle spese determinate dall'ampliamento territoriale di Roma e dall'oneroso controllo dei territori conquistati. unica libbra, in corrispondenza delle spese determinate dall’ampliamento territoriale di Roma e dal rigido controllo dei territori conquistati. emessa in Sicilia da Lipara verso la metà del V sec. a.C. Alcuni glottologi ritengono che la libbra romana - sia nel nome che nel peso - fosse derivata dalla litra siciliana. Se ciò è vero le diverse libbre (maggiori o minori dei “canonici” 327 g. della libbra romana), ritenute alla base delle emissioni bronzee di città italiche che erano coloniae o alleate di Roma, potrebbero riflettere la progressiva svalutazione della medesima ed unica libbra, in corrispondenza delle spese determinate dall’ampliamento territoriale di Roma e dal rigido controllo dei territori conquistati. siciliano (Sosicrates, CAF, III 391, 1 Kock) della prima metà del V sec. a.C., con i termini pentamnoun e pentalitron, facendo coincidere il peso della litra con quello della mina attica, cioè con un peso ben più elevato dei 109 g. testimoniatici dalla più pesante litra in bronzo emessa in Sicilia da Lipara verso la metà del V sec. a.C. Alcuni glottologi ritengono che la libbra romana - sia nel nome che nel peso - fosse derivata dalla nomos (
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