Negli ultimi decenni gli studi sull’embodied cognition si sono rivelati di cruciale importanza nell’ambito delle scienze cognitive, rappresentando il modello di riferimento principale per spiegare la natura della cognizione umana. Particolare attenzione è stata posta sulle interazioni tra funzioni cognitive superiori e sistema senso-motorio, allo scopo di sottolineare il ruolo guida dei processi bottom-up e quindi privilegiare i sistemi percettivi e la dimensione corporea come iniziale campo di indagine. La teoria rappresentazionale classica, invece, si è schierata contro questa tesi per sostenere la totale indipendenza dalle modalità sensoriali e suffragare l’esistenza di rappresentazioni a-modali, di tipo astratto e simbolico, formate da costruzioni mentali non direttamente associate a percezioni sensoriali. In questa prospettiva, infatti, le rappresentazioni sarebbero costituite e memorizzate in regioni non strettamente percettive della corteccia cerebrale. Negli ultimi anni entrambe le teorie sono state ampiamente discusse ed ognuna di esse in base ai suoi punti di forza si è affermata con grande successo all’interno del panorama scientifico. Tuttavia, ancora c’è qualche dubbio nel sostenere in modo assoluto l’una o l’altra prospettiva teorica. Ci sono molti autori che sostengono una visione della cognizione a-modale ed escludono l’esperienza senso-motoria dal campo di indagine, altri autori, invece, sostengono che la cognizione sia esclusivamente vincolata all’esperienza senso-motoria. In questo contesto, l’orientamento verso la versione forte o verso la versione debole della teoria simulativa si basa su considerazioni di casi concreti, in grado di dimostrare se gli elementi effettivamente implicati sono le sole rappresentazioni senso-motorie, oppure se richiedono anche elementi astratti. I casi più illuminanti, a nostro avviso, sono quelli dei non vedenti, da cui emergono interessanti spunti di riflessione e soprattutto rilevanti osservazioni che mettono in luce l’esistenza di una versione più debole dell’embodied cognition. Allo stesso tempo, questi casi consentono di suffragare le ipotesi concernenti la sopra-modalità e quindi di confermare che il cervello è programmato a prescindere dagli input sensoriali che riceve, infatti anche in condizioni di cecità congenita è in grado di proiettare alla mente immagini visive del mondo sebbene queste ultime non si fondino realmente sulla modalità sensoriale visiva. Questo vorrebbe dire che, nonostante l’esperienza sensoriale costituisca la base per la formazione delle conoscenze, nel cervello, a qualche livello, la cognizione è a-modale, in qualche misura simbolica, e non semplicemente “incorporata” o “incarnata”. Il presente lavoro di ricerca parte dallo studio della dimensione corporea e mira a valutare il ruolo dell’esperienza visiva nella formazione delle rappresentazioni mentali, prendendo come punto di riferimento i soggetti non vedenti. L’obiettivo è quello di rispondere ai dubbi sulla natura della cognizione umana e, in parte, confutare l’idea che la cognizione sia strettamente ed esclusivamente ancorata all’esperienza sensoriale (specialmente a quella visiva). I casi in esame, infatti, suggeriscono che l’esperienza senso-motoria è sì una base fondamentale nella formazione delle conoscenze ma non è l’unica esperienza chiamata in causa nei processi rappresentazionali. A giocare un ruolo altrettanto considerevole sono gli input linguistici che integrano e completano i dati raccolti attraverso gli organi di senso, ma soprattutto guidano nell’apprendimento di tutta una serie di caratteristiche che possono essere strettamente correlate con la visione. Lo scopo della ricerca diventa così duplice: • da un lato, si vuole gettar luce sulla funzione comunicativa e conoscitiva dell’attività motorio-gestuale nei non vedenti, per mostrare quanto sia fondamentale l’esperienza senso-motoria; • dall’altro lato, si vuole evidenziare l’importanza delle descrizioni verbali, per sottolineare quanto queste siano fondamentali nell’arricchimento e nella formazione delle rappresentazioni mentali. In questo scenario i comportamenti stereotipati costituiscono il principale oggetto di ricerca tramite cui analizzare la gestualità e l’attività motoria delle persone cieche. Al contempo si rivelano utili per osservare come il deficit visivo influenzi il loro sviluppo, ed altresì è possibile dimostrare che tali comportamenti hanno lo scopo di sostituire e/o anticipare la comunicazione verbale.

Rappresentazioni semantiche nei ciechi congeniti. Uno studio sperimentale sulle stereotipie.

SACCA', VALENTINA
2017-02-17

Abstract

Negli ultimi decenni gli studi sull’embodied cognition si sono rivelati di cruciale importanza nell’ambito delle scienze cognitive, rappresentando il modello di riferimento principale per spiegare la natura della cognizione umana. Particolare attenzione è stata posta sulle interazioni tra funzioni cognitive superiori e sistema senso-motorio, allo scopo di sottolineare il ruolo guida dei processi bottom-up e quindi privilegiare i sistemi percettivi e la dimensione corporea come iniziale campo di indagine. La teoria rappresentazionale classica, invece, si è schierata contro questa tesi per sostenere la totale indipendenza dalle modalità sensoriali e suffragare l’esistenza di rappresentazioni a-modali, di tipo astratto e simbolico, formate da costruzioni mentali non direttamente associate a percezioni sensoriali. In questa prospettiva, infatti, le rappresentazioni sarebbero costituite e memorizzate in regioni non strettamente percettive della corteccia cerebrale. Negli ultimi anni entrambe le teorie sono state ampiamente discusse ed ognuna di esse in base ai suoi punti di forza si è affermata con grande successo all’interno del panorama scientifico. Tuttavia, ancora c’è qualche dubbio nel sostenere in modo assoluto l’una o l’altra prospettiva teorica. Ci sono molti autori che sostengono una visione della cognizione a-modale ed escludono l’esperienza senso-motoria dal campo di indagine, altri autori, invece, sostengono che la cognizione sia esclusivamente vincolata all’esperienza senso-motoria. In questo contesto, l’orientamento verso la versione forte o verso la versione debole della teoria simulativa si basa su considerazioni di casi concreti, in grado di dimostrare se gli elementi effettivamente implicati sono le sole rappresentazioni senso-motorie, oppure se richiedono anche elementi astratti. I casi più illuminanti, a nostro avviso, sono quelli dei non vedenti, da cui emergono interessanti spunti di riflessione e soprattutto rilevanti osservazioni che mettono in luce l’esistenza di una versione più debole dell’embodied cognition. Allo stesso tempo, questi casi consentono di suffragare le ipotesi concernenti la sopra-modalità e quindi di confermare che il cervello è programmato a prescindere dagli input sensoriali che riceve, infatti anche in condizioni di cecità congenita è in grado di proiettare alla mente immagini visive del mondo sebbene queste ultime non si fondino realmente sulla modalità sensoriale visiva. Questo vorrebbe dire che, nonostante l’esperienza sensoriale costituisca la base per la formazione delle conoscenze, nel cervello, a qualche livello, la cognizione è a-modale, in qualche misura simbolica, e non semplicemente “incorporata” o “incarnata”. Il presente lavoro di ricerca parte dallo studio della dimensione corporea e mira a valutare il ruolo dell’esperienza visiva nella formazione delle rappresentazioni mentali, prendendo come punto di riferimento i soggetti non vedenti. L’obiettivo è quello di rispondere ai dubbi sulla natura della cognizione umana e, in parte, confutare l’idea che la cognizione sia strettamente ed esclusivamente ancorata all’esperienza sensoriale (specialmente a quella visiva). I casi in esame, infatti, suggeriscono che l’esperienza senso-motoria è sì una base fondamentale nella formazione delle conoscenze ma non è l’unica esperienza chiamata in causa nei processi rappresentazionali. A giocare un ruolo altrettanto considerevole sono gli input linguistici che integrano e completano i dati raccolti attraverso gli organi di senso, ma soprattutto guidano nell’apprendimento di tutta una serie di caratteristiche che possono essere strettamente correlate con la visione. Lo scopo della ricerca diventa così duplice: • da un lato, si vuole gettar luce sulla funzione comunicativa e conoscitiva dell’attività motorio-gestuale nei non vedenti, per mostrare quanto sia fondamentale l’esperienza senso-motoria; • dall’altro lato, si vuole evidenziare l’importanza delle descrizioni verbali, per sottolineare quanto queste siano fondamentali nell’arricchimento e nella formazione delle rappresentazioni mentali. In questo scenario i comportamenti stereotipati costituiscono il principale oggetto di ricerca tramite cui analizzare la gestualità e l’attività motoria delle persone cieche. Al contempo si rivelano utili per osservare come il deficit visivo influenzi il loro sviluppo, ed altresì è possibile dimostrare che tali comportamenti hanno lo scopo di sostituire e/o anticipare la comunicazione verbale.
cecità congenita; stereotipie; embodied cognition; linguaggio; riorganizzazione cerebrale
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