Il presente lavoro si struttura come terreno di verifica euristica delle tesi postulate nella premessa ed è teso alla ricostruzione dei tre tempi della questione sarda durante il XX secolo . Il percorso sceglie, come termine iniziale, l’irrompere della scena internazionale e nazionale nell’alveo dell’isolatezza sarda, all’indomani dello scoppio della prima guerra mondiale . Tale evento determina la riattivazione di riflessioni ed esperienze politiche, maturate nel lungo Ottocento che, nel nuovo contesto, configurano, secondo la prospettiva storiografica che si ha intenzione di seguire, il primo tempo dell’autonomismo sardo . La cifra distintiva, per dimensioni e tono politico, del movimento dei combattenti in Sardegna, la novità storica del Partito sardo d’Azione come partito a base contadina, l’autonomia formulata come progetto politico concreto sono tutti fattori che hanno fatto del primo dopoguerra in Sardegna un caso storiografico di rilevanza nazionale . Ai fini di questa riflessione è importante rilevare come l’elaborazione politica del combattentismo sardo assuma i tratti di una storica cesura dall’illustre tradizione politica ottocentesca. Il movimento autonomistico, secondo la celebre interpretazione lussiana, si configura, infatti, come prima esplicazione di una «nazione fallita» . L’esperienza del combattentismo sardo è senza dubbio la prima mobilitazione popolare in grado di sollevare e risvegliare la coscienza sarda . Tuttavia questa coscienza non può più costituirsi come nazione: il nuovo autonomismo, mentre contesta le strutture centralizzate e burocratiche dello Stato, non ne ridiscute la sostanziale unità . Di contro la tradizione politica precedente, a seguito delle dinamiche complesse che erano confluite nella fusione perfetta al regno piemontese del 1847, aveva espresso la propria assoluta specificità attraverso la creazione di un’elaborazione politica oscillante tra autonomismo e separatismo . La maturazione novecentesca di questa impostazione istituzionale e culturale apre le porte a uno studio complesso, incapace di superare la sua intrinseca arbitrarietà e, pur tuttavia, vitale per la comprensione stessa della vita politica dell’isola sarda nella cosiddetta Europa delle Regioni . Il primo tempo dell’autonomismo sardo, dunque, si autorealizza nella dimensione interna allo Stato italiano, configurando il federalismo come possibilità estrema del risveglio sardo e precludendo sostanzialmente la strada del separatismo. Di grande importanza nell’architettura del discorso assume la singolare parabola del sardo-fascismo . Rivisitando un quadro storiografico frastagliato e ancora segnato da pesanti ipoteche ideologiche, la vicenda del sardo-fascismo è stata descritta come pericoloso avvicinamento della riflessione sardista alle strutture del fascismo di Stato e contemporaneamente come eclissi dell’ipotesi propriamente autonomista . Se nel sardismo l’anima combattentista conviveva con quella autonomista, il fascismo, ipostatizzando in una dimensione folklorica la prima, fu abile nel fagocitare la seconda. Il termine dell’esperienza sardo-fascista e la sua finale confluenza nelle fila di un regime statolatrico, pronto a soffocare il vento di rinnovamento istituzionale, segna il primo momento di una lunga pausa durante la quale, sotto la cristallizzata e uniforme adesione al nuovo centralismo fascista, scorrono incunaboli di una riflessione pronta a regalare i suoi frutti all’indomani della riscoperta democratica . Durante il fascismo, dunque, la Sardegna cessa di essere un laboratorio politico in grado di contribuire al rinnovamento culturale e istituzionale dell’intera nazione e viene dalla retorica di regime sacralizzata al rango di “avamposto italiano nel Mediterraneo” . In maniera speculare al raggelarsi di ogni iniziativa politica endogena, durante gli anni più cupi della dittatura, si profilano fievoli e destrutturate voci che sembrano invocare più che richiedere, come unica fonte di salvezza , la separazione definitiva dell’isola dallo Stato italiano. Proprio questa considerazione ha aperto, all’analisi che si tenta di operare, un interessante e nuovo orizzonte interpretativo. È il tacere e l’ecclissarsi della riflessione autonomista a creare, infatti, il terreno per la diffusione di sentimenti e azioni politiche separatiste. Le due posizioni istituzionali si pongono in relazione dialettica, supplendo l’una ai silenzi dell’altra. Non è aleatorio che l’assenza di un partito autonomistico siciliano dalle salde tradizioni determini la virulenza con cui, alla caduta del fascismo, si sviluppa il movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Si può dunque sostenere che l’Isolitudine, ossia quella complessa categoria storiografica che si è tentato di costruire attraverso l’uso di fonti letterarie, si declini, per precise circostanze storico-strutturali, in elaborazioni politiche diverse, eppure irrorate da medesime e imprescindibili rivendicazioni. Proprio la forza della tradizione autonomistica sarda, nonostante l’operazione di neutralizzazione operata dalla dittatura, impedisce la nascita di un movimento separatista paragonabile per forza e influenza a quello siciliano. Tuttavia la complessità della tematica affrontata non permette facili schematismi e tale indirizzo deve essere temperato da ulteriori precisazioni. Come, infatti, può essere spiegato che sia proprio la profondità di una tradizione politica di lungo corso a portare alla creazione di uno Statuto regionale molto meno forte rispetto a quello siciliano? Come mai in sostanza la classe politica sarda fu meno determinata nella precisazione delle autonomie regionali rispetto a quella siciliana ? Rispondere a tali interrogativi significa comprendere che la potenza contrattuale maturata da una regione animata da un forte vento separatista sia enormemente maggiore e argomentare come proprio la radicalità di una corrente possa, anche se in modo indiretto, decretarne il successo. In estrema sintesi: il primo tempo dell’elaborazione politica sarda considera l’avventura della Brigata Sassari e la fondazione del Partito Sardo d’Azione come fomiti del passaggio dal separatismo all’autonomismo novecentesco, prima affermazione di una soggettività regionale su un orizzonte nazionale ormai organizzato. Il secondo tempo si manifesta come rielaborazione di questo patrimonio ideologico, tutta interna alla costruzione della Repubblica, che la classe politica isolana operò in un clima di altissima tensione morale e civile e che, nonostante le sue non trascurabili acquisizioni, resta incompleta. Su tale incompletezza s’innesterà la rivolta nazionalitaria che, dopo il fallimento del Piano di Rinascita per la Sardegna, segnerà profondamente la storia isolana fino ai nostri giorni . L’itinerario si concluderà dunque con un ideale ritorno al principio: la questione sarda riprenderà, naturalmente declinandoli alla nuova modernità, temi archiviati durante l’edificazione dottrinaria dell’autonomismo. Tali temi, postulando la necessità di una definitiva uscita dall’organizzazione statuale, richiameranno stilemi retorici tipici della propaganda sicilianista nel secondo dopoguerra. La storia dell’autonomismo sardo sembra dunque esaurirsi nella riscoperta delle tematiche indipendentiste da cui era nato, in un moto circolare che denuncia, con bruciante attualità, i fallimenti di secolari politiche tese a riparare guasti e imposizioni di un Risorgimento strozzato . La Nazione abortiva di Bellieni diventa, nella rivolta nazionalitaria degli anni ‘70, terzo tempo del sardismo, la patria possibile di Simon Mossa . Sarà dunque necessario stabilire in sede storiografica quanto questa riscoperta identitaria sarda sia ascrivibile alla balcanizzazione delle culture territoriali, reazione e momento di violenti processi di globalizzazione, e quanto invece a un retroterra ideologico strutturatosi nel corso della via sarda alla modernità . Tale interrogativo mostrerà dunque le peculiarità di una storia regionale troppo spesso appiattita in un’onnicomprensiva e confusa questione meridionale . L’ipotesi di ricerca iniziale, che nella forza delle tematiche separatiste e del loro contraltare autonomistico ritrova elementi che accomunano, seppur con tempi e modi differenti, le vicende politico-istituzionali delle due grandi isole e le differenziano da altre elaborazioni del Meridione italiano, sembra dunque trovare nella categoria letteraria di isolitudine evocativa e fertile conferma . Mi sembra sia questa categoria il contributo che la presente ricerca può consegnare al successivo dibattito storiografico. È certo vero che sono state molte le opere monografiche dedicate a specifiche parti della storia sarda novecentesca così come non mancano monografie di ampia prospettiva che si distinguono grazie alla ricchezza dell’apparato documentaristico e al rigore dell’analisi storica. Tuttavia è a tutt’oggi assente un lavoro che, sintetizzando momenti significativi della questione sarda durante il corso del Novecento, abbia interrogato le fonti seguendo un dialogo incessante con le parallele vicende siciliane. Quanto andrà perduto in merito alla specificità di alcune questioni sarà facilmente recuperato attraverso precisi rimandi bibliografici; quanto, si spera, possa essere acquisito è uno sguardo complessivo sull’isolitudine che si nutra degli spiragli aperti dalla ricerca d’archivio e contemporaneamente da idealtipi plastici e proteiformi che riescano a ordinare intellettualmente il magma caotico della nostra modernità.

ISOLITUDINI: STORIA DEL SARDISMO NEL XX SECOLO

ROTONDO, BIANCA MARIA
2017-02-28

Abstract

Il presente lavoro si struttura come terreno di verifica euristica delle tesi postulate nella premessa ed è teso alla ricostruzione dei tre tempi della questione sarda durante il XX secolo . Il percorso sceglie, come termine iniziale, l’irrompere della scena internazionale e nazionale nell’alveo dell’isolatezza sarda, all’indomani dello scoppio della prima guerra mondiale . Tale evento determina la riattivazione di riflessioni ed esperienze politiche, maturate nel lungo Ottocento che, nel nuovo contesto, configurano, secondo la prospettiva storiografica che si ha intenzione di seguire, il primo tempo dell’autonomismo sardo . La cifra distintiva, per dimensioni e tono politico, del movimento dei combattenti in Sardegna, la novità storica del Partito sardo d’Azione come partito a base contadina, l’autonomia formulata come progetto politico concreto sono tutti fattori che hanno fatto del primo dopoguerra in Sardegna un caso storiografico di rilevanza nazionale . Ai fini di questa riflessione è importante rilevare come l’elaborazione politica del combattentismo sardo assuma i tratti di una storica cesura dall’illustre tradizione politica ottocentesca. Il movimento autonomistico, secondo la celebre interpretazione lussiana, si configura, infatti, come prima esplicazione di una «nazione fallita» . L’esperienza del combattentismo sardo è senza dubbio la prima mobilitazione popolare in grado di sollevare e risvegliare la coscienza sarda . Tuttavia questa coscienza non può più costituirsi come nazione: il nuovo autonomismo, mentre contesta le strutture centralizzate e burocratiche dello Stato, non ne ridiscute la sostanziale unità . Di contro la tradizione politica precedente, a seguito delle dinamiche complesse che erano confluite nella fusione perfetta al regno piemontese del 1847, aveva espresso la propria assoluta specificità attraverso la creazione di un’elaborazione politica oscillante tra autonomismo e separatismo . La maturazione novecentesca di questa impostazione istituzionale e culturale apre le porte a uno studio complesso, incapace di superare la sua intrinseca arbitrarietà e, pur tuttavia, vitale per la comprensione stessa della vita politica dell’isola sarda nella cosiddetta Europa delle Regioni . Il primo tempo dell’autonomismo sardo, dunque, si autorealizza nella dimensione interna allo Stato italiano, configurando il federalismo come possibilità estrema del risveglio sardo e precludendo sostanzialmente la strada del separatismo. Di grande importanza nell’architettura del discorso assume la singolare parabola del sardo-fascismo . Rivisitando un quadro storiografico frastagliato e ancora segnato da pesanti ipoteche ideologiche, la vicenda del sardo-fascismo è stata descritta come pericoloso avvicinamento della riflessione sardista alle strutture del fascismo di Stato e contemporaneamente come eclissi dell’ipotesi propriamente autonomista . Se nel sardismo l’anima combattentista conviveva con quella autonomista, il fascismo, ipostatizzando in una dimensione folklorica la prima, fu abile nel fagocitare la seconda. Il termine dell’esperienza sardo-fascista e la sua finale confluenza nelle fila di un regime statolatrico, pronto a soffocare il vento di rinnovamento istituzionale, segna il primo momento di una lunga pausa durante la quale, sotto la cristallizzata e uniforme adesione al nuovo centralismo fascista, scorrono incunaboli di una riflessione pronta a regalare i suoi frutti all’indomani della riscoperta democratica . Durante il fascismo, dunque, la Sardegna cessa di essere un laboratorio politico in grado di contribuire al rinnovamento culturale e istituzionale dell’intera nazione e viene dalla retorica di regime sacralizzata al rango di “avamposto italiano nel Mediterraneo” . In maniera speculare al raggelarsi di ogni iniziativa politica endogena, durante gli anni più cupi della dittatura, si profilano fievoli e destrutturate voci che sembrano invocare più che richiedere, come unica fonte di salvezza , la separazione definitiva dell’isola dallo Stato italiano. Proprio questa considerazione ha aperto, all’analisi che si tenta di operare, un interessante e nuovo orizzonte interpretativo. È il tacere e l’ecclissarsi della riflessione autonomista a creare, infatti, il terreno per la diffusione di sentimenti e azioni politiche separatiste. Le due posizioni istituzionali si pongono in relazione dialettica, supplendo l’una ai silenzi dell’altra. Non è aleatorio che l’assenza di un partito autonomistico siciliano dalle salde tradizioni determini la virulenza con cui, alla caduta del fascismo, si sviluppa il movimento per l’Indipendenza della Sicilia. Si può dunque sostenere che l’Isolitudine, ossia quella complessa categoria storiografica che si è tentato di costruire attraverso l’uso di fonti letterarie, si declini, per precise circostanze storico-strutturali, in elaborazioni politiche diverse, eppure irrorate da medesime e imprescindibili rivendicazioni. Proprio la forza della tradizione autonomistica sarda, nonostante l’operazione di neutralizzazione operata dalla dittatura, impedisce la nascita di un movimento separatista paragonabile per forza e influenza a quello siciliano. Tuttavia la complessità della tematica affrontata non permette facili schematismi e tale indirizzo deve essere temperato da ulteriori precisazioni. Come, infatti, può essere spiegato che sia proprio la profondità di una tradizione politica di lungo corso a portare alla creazione di uno Statuto regionale molto meno forte rispetto a quello siciliano? Come mai in sostanza la classe politica sarda fu meno determinata nella precisazione delle autonomie regionali rispetto a quella siciliana ? Rispondere a tali interrogativi significa comprendere che la potenza contrattuale maturata da una regione animata da un forte vento separatista sia enormemente maggiore e argomentare come proprio la radicalità di una corrente possa, anche se in modo indiretto, decretarne il successo. In estrema sintesi: il primo tempo dell’elaborazione politica sarda considera l’avventura della Brigata Sassari e la fondazione del Partito Sardo d’Azione come fomiti del passaggio dal separatismo all’autonomismo novecentesco, prima affermazione di una soggettività regionale su un orizzonte nazionale ormai organizzato. Il secondo tempo si manifesta come rielaborazione di questo patrimonio ideologico, tutta interna alla costruzione della Repubblica, che la classe politica isolana operò in un clima di altissima tensione morale e civile e che, nonostante le sue non trascurabili acquisizioni, resta incompleta. Su tale incompletezza s’innesterà la rivolta nazionalitaria che, dopo il fallimento del Piano di Rinascita per la Sardegna, segnerà profondamente la storia isolana fino ai nostri giorni . L’itinerario si concluderà dunque con un ideale ritorno al principio: la questione sarda riprenderà, naturalmente declinandoli alla nuova modernità, temi archiviati durante l’edificazione dottrinaria dell’autonomismo. Tali temi, postulando la necessità di una definitiva uscita dall’organizzazione statuale, richiameranno stilemi retorici tipici della propaganda sicilianista nel secondo dopoguerra. La storia dell’autonomismo sardo sembra dunque esaurirsi nella riscoperta delle tematiche indipendentiste da cui era nato, in un moto circolare che denuncia, con bruciante attualità, i fallimenti di secolari politiche tese a riparare guasti e imposizioni di un Risorgimento strozzato . La Nazione abortiva di Bellieni diventa, nella rivolta nazionalitaria degli anni ‘70, terzo tempo del sardismo, la patria possibile di Simon Mossa . Sarà dunque necessario stabilire in sede storiografica quanto questa riscoperta identitaria sarda sia ascrivibile alla balcanizzazione delle culture territoriali, reazione e momento di violenti processi di globalizzazione, e quanto invece a un retroterra ideologico strutturatosi nel corso della via sarda alla modernità . Tale interrogativo mostrerà dunque le peculiarità di una storia regionale troppo spesso appiattita in un’onnicomprensiva e confusa questione meridionale . L’ipotesi di ricerca iniziale, che nella forza delle tematiche separatiste e del loro contraltare autonomistico ritrova elementi che accomunano, seppur con tempi e modi differenti, le vicende politico-istituzionali delle due grandi isole e le differenziano da altre elaborazioni del Meridione italiano, sembra dunque trovare nella categoria letteraria di isolitudine evocativa e fertile conferma . Mi sembra sia questa categoria il contributo che la presente ricerca può consegnare al successivo dibattito storiografico. È certo vero che sono state molte le opere monografiche dedicate a specifiche parti della storia sarda novecentesca così come non mancano monografie di ampia prospettiva che si distinguono grazie alla ricchezza dell’apparato documentaristico e al rigore dell’analisi storica. Tuttavia è a tutt’oggi assente un lavoro che, sintetizzando momenti significativi della questione sarda durante il corso del Novecento, abbia interrogato le fonti seguendo un dialogo incessante con le parallele vicende siciliane. Quanto andrà perduto in merito alla specificità di alcune questioni sarà facilmente recuperato attraverso precisi rimandi bibliografici; quanto, si spera, possa essere acquisito è uno sguardo complessivo sull’isolitudine che si nutra degli spiragli aperti dalla ricerca d’archivio e contemporaneamente da idealtipi plastici e proteiformi che riescano a ordinare intellettualmente il magma caotico della nostra modernità.
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