Il lavoro prende le mosse da una ricognizione degli studi che compongono la sterminata bibliografia su Gabriele D’Annunzio, dalla quale è emerso che, dal punto di vista linguistico, il teatro dannunziano in prosa è ancora terreno inesplorato. All’interno della vasta mole critica intorno al D’Annunzio, infatti, i contributi relativi alla lingua teatrale si configurano perlopiù quali proposte di riflessione su singole tragedie e su tratti stilistici isolati, come, ad esempio, l’uso del dialetto abruzzese nei drammi in poesia La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio e La nave, a cui si aggiungono, tangenzialmente, le ricerche di Pietro Gibellini, in Logos e mythos, volte a ricostruire i testi dialettali presenti nella biblioteca di Gabriele D’Annunzio. Anche gli studi di Antonio Sorella sulla lingua della tragedia, in cui è riservato spazio alla drammaturgia dannunziana, vanno nella direzione di un excursus lungo la storia linguistica del genere tragico. L’analisi è stata condotta partendo dallo spoglio e dalla schedatura dei testi delle tragedie dannunziane in prosa sulla base dell’edizione di riferimento più recente, che è quella del 2013 a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti per Mondadori - I Meridiani: Sogno d’un mattino di primavera (1897), Sogno d’un tramonto d’autunno (1899), La Città morta (1898), La Gioconda (1899), La Gloria (1899), Più che l’amore (1906). Nel primo capitolo della tesi si procede ad uno studio della tipologia delle didascalie dannunziane e dei principali tratti linguistici, dal quale emerge la magniloquenza e l’alto grado di letterarietà della lingua dannunziana anche nei testi secondari, depositari di commenti e interpretazioni proprie dell’autore, espresse parallelamente all’azione scenica. Il secondo capitolo passa in rassegna fenomeni grafico-fonetici e morfologici, focalizzando l’attenzione sugli aspetti conservativi ed etimologici privilegiati dall’autore che hanno condotto alla scelta di forme culte e meno diffuse già all’epoca della composizione delle tragedie. Il terzo capitolo è dedicato ai fenomeni di testualità e retorica, con particolare riferimento alle figure di pensiero e di parola che costituiscono il bagaglio retorico a cui D’Annunzio attinge a piene mani per la resa della tensione dei personaggi nella scrittura tragica. Ampio spazio è dato anche al fenomeno delle ripetizioni, tratto caratteristico della prosa tragica dannunziana. Nel quarto capitolo viene svolto uno studio della sintassi, che si snoda su sei poli d’attenzione: l’uso degli articoli, la sintassi del periodo, gli usi verbali, lo stile nominale, gli usi avverbiali e l’ordine delle parole. Il quinto capitolo è incentrato sul lessico: si analizza la componente lessicale sulla base del rapporto dell’autore con i dizionari storici (la Crusca e il Tommaseo-Bellini, ad esempio) e con i vocabolari specialistici: l’impasto lessicale della prosa tragica, seppur orientato principalmente verso il polo della letterarietà e della preziosità, contiene voci afferenti a diversi settori specialistici. Il testo teatrale dannunziano, pur ben piantato nel solco della tradizione di genere, non è immune da spie lessicali di dichiarata modernità: tecnicismi, esotismi, regionalismi, dialettalismi, specialmente in Più che l’amore, l’ultima tragedia – la più moderna – presa in considerazione. Ultimo tassello del lavoro è il sesto capitolo, dedicato alla formazione delle parole, settore in cui D’Annunzio dà libero sfogo alla sua vena inventiva, pur non allontanandosi troppo dalle consuetudini linguistiche nella composizione delle parole sperimentate nella prosa dei suoi romanzi: l’analisi, infatti, vira verso una contestualizzazione delle scelte linguistiche alla luce della coeva produzione narrativa e poetica dell’autore.

Sulla lingua delle tragedie in prosa di Gabriele D'Annunzio

ALLIA, VALENTINA
2017-02-28

Abstract

Il lavoro prende le mosse da una ricognizione degli studi che compongono la sterminata bibliografia su Gabriele D’Annunzio, dalla quale è emerso che, dal punto di vista linguistico, il teatro dannunziano in prosa è ancora terreno inesplorato. All’interno della vasta mole critica intorno al D’Annunzio, infatti, i contributi relativi alla lingua teatrale si configurano perlopiù quali proposte di riflessione su singole tragedie e su tratti stilistici isolati, come, ad esempio, l’uso del dialetto abruzzese nei drammi in poesia La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio e La nave, a cui si aggiungono, tangenzialmente, le ricerche di Pietro Gibellini, in Logos e mythos, volte a ricostruire i testi dialettali presenti nella biblioteca di Gabriele D’Annunzio. Anche gli studi di Antonio Sorella sulla lingua della tragedia, in cui è riservato spazio alla drammaturgia dannunziana, vanno nella direzione di un excursus lungo la storia linguistica del genere tragico. L’analisi è stata condotta partendo dallo spoglio e dalla schedatura dei testi delle tragedie dannunziane in prosa sulla base dell’edizione di riferimento più recente, che è quella del 2013 a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti per Mondadori - I Meridiani: Sogno d’un mattino di primavera (1897), Sogno d’un tramonto d’autunno (1899), La Città morta (1898), La Gioconda (1899), La Gloria (1899), Più che l’amore (1906). Nel primo capitolo della tesi si procede ad uno studio della tipologia delle didascalie dannunziane e dei principali tratti linguistici, dal quale emerge la magniloquenza e l’alto grado di letterarietà della lingua dannunziana anche nei testi secondari, depositari di commenti e interpretazioni proprie dell’autore, espresse parallelamente all’azione scenica. Il secondo capitolo passa in rassegna fenomeni grafico-fonetici e morfologici, focalizzando l’attenzione sugli aspetti conservativi ed etimologici privilegiati dall’autore che hanno condotto alla scelta di forme culte e meno diffuse già all’epoca della composizione delle tragedie. Il terzo capitolo è dedicato ai fenomeni di testualità e retorica, con particolare riferimento alle figure di pensiero e di parola che costituiscono il bagaglio retorico a cui D’Annunzio attinge a piene mani per la resa della tensione dei personaggi nella scrittura tragica. Ampio spazio è dato anche al fenomeno delle ripetizioni, tratto caratteristico della prosa tragica dannunziana. Nel quarto capitolo viene svolto uno studio della sintassi, che si snoda su sei poli d’attenzione: l’uso degli articoli, la sintassi del periodo, gli usi verbali, lo stile nominale, gli usi avverbiali e l’ordine delle parole. Il quinto capitolo è incentrato sul lessico: si analizza la componente lessicale sulla base del rapporto dell’autore con i dizionari storici (la Crusca e il Tommaseo-Bellini, ad esempio) e con i vocabolari specialistici: l’impasto lessicale della prosa tragica, seppur orientato principalmente verso il polo della letterarietà e della preziosità, contiene voci afferenti a diversi settori specialistici. Il testo teatrale dannunziano, pur ben piantato nel solco della tradizione di genere, non è immune da spie lessicali di dichiarata modernità: tecnicismi, esotismi, regionalismi, dialettalismi, specialmente in Più che l’amore, l’ultima tragedia – la più moderna – presa in considerazione. Ultimo tassello del lavoro è il sesto capitolo, dedicato alla formazione delle parole, settore in cui D’Annunzio dà libero sfogo alla sua vena inventiva, pur non allontanandosi troppo dalle consuetudini linguistiche nella composizione delle parole sperimentate nella prosa dei suoi romanzi: l’analisi, infatti, vira verso una contestualizzazione delle scelte linguistiche alla luce della coeva produzione narrativa e poetica dell’autore.
lingua; teatro; prosa; genere tragico; aspetti conservativi; innovazione; reinvenzione; antico; nuovo; formazione dell'italiano medio;
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