Il prezioso lavoro di Paul Durrieu sugli archivi angioini di Napoli ha indicato la strada ai due successivi membri della scuola francese di Roma, Leon Cadier e Georges Yver, che hanno utilizzato con profitto la ricca documentazione raccolta negli anni precedenti da una folta schiera di storici e genealogisti italiani (Capasso, Minieri-Riccio, Barone, De Lellis, Bevere, Bianchini, Broccoli, Carabellese, Ciccaglione, D’Afflitto, De Blasiis, De Crescenzo, Del Giudice, Siragusa, Trinchera), il primo per realizzare un saggio mo-nografico sull’amministrazione del regno di Sicilia sotto Carlo I e Carlo II. Yver, a sua volta, per indagare sotto l’aspetto economico i primi tre regni angioini, dal 1265 al 1343, soprattutto quello di Roberto, ricorrendo in modo specifico agli archivi del Tesoro, le Rationes Thesaurariorum. Sia Cadier sia Yver tendono a dimostrare che il superamento della politica sveva da parte degli Angioini non portò con sé alcun declino immediato dell’Italia meridionale né alcuna interruzione nella continuità politica amministrativa o economica. Semplicemente, un governo guelfo si stabilì a Napoli invece di uno ghibellino a Palermo, ma sebbene ci fosse un cambiamento istituzionale non si sarebbe registrata un’alterazione fondamentale del programma amministrativo. Carlo I d’Angiò, senza dubbio, prese provvedimenti efficaci per incoraggiare l’agricoltura, il commercio e l’industria, favorì i monopoli di stato e l’attiva partecipazione regia alle imprese agricole e commerciali, continuando tutti come parte di un sistema ben consolidato, che per alcuni aspetti risaliva a lontani modelli arabi. Che i mercanti del nord dell’Italia occupassero il primo posto nello sviluppo economico e nello sfruttamento del Paese, quasi ad esclusione dei nativi del Sud, è spesso reso evidente sia nella prima sezione del saggio sia nella seconda parte, che è dedicata ad uno studio più approfondito delle operazioni non soltanto mercantili degli stranieri. Questi controllavano innanzi tutto il redditizio commercio di grano, hanno introdotto nel Mezzogiorno d’Italia nuove industrie e costruito porti dove brulicavano negoziatori, fornitori di corte, artigiani e prestatori di denaro. Ma, soprattutto, a loro venne affidata una parte considerevole del lavoro amministrativo e della gestione delle risorse del regno. Con la ricchezza del paese che passava per le loro mani, gli operatori peninsulari si stabilirono come magnati territoriali, impiantarono una nuova aristocrazia commerciale e finanziaria, nelle tenute della nobiltà più antica, decaduta e impoverita. Sotto Carlo II i Veneziani furono premi-nenti. Si tennero astutamente distanti dalla contesa tra Guelfi e Ghibellini che dilaniava l’Italia per assicurarsi il controllo dell’Adriatico e del Mediterraneo orientale. Ma sotto Roberto, il loro monopolio commerciale nel regno fu attaccato con successo dai Fioren-tini, sino al momento in cui, dopo la morte di Roberto nel 1343, i grandi fallimenti ban-cari e il declino del regno di Sicilia come grande potenza guelfa, frenassero l’espansione fiorentina nel Sud e permettessero a Venezia di riconquistare il suo primato. Proprio i capitoli che descrivono la rivalità di Venezia e Firenze, la conquista commerciale di quest’ultima, l’attività e la caduta delle sue grandi società bancarie e commerciali, danno un contributo interessante alla storia dell’ascesa del capitalismo moderno, fecendo risaltare bene l’interrelazione tra storia politica e vicenda economica e sottolineando la lezione della continuità del loro sviluppo.

Commercio e mercanti nell’Italia meridionale del XIII e XIV secolo

Luciano Catalioto
2023-01-01

Abstract

Il prezioso lavoro di Paul Durrieu sugli archivi angioini di Napoli ha indicato la strada ai due successivi membri della scuola francese di Roma, Leon Cadier e Georges Yver, che hanno utilizzato con profitto la ricca documentazione raccolta negli anni precedenti da una folta schiera di storici e genealogisti italiani (Capasso, Minieri-Riccio, Barone, De Lellis, Bevere, Bianchini, Broccoli, Carabellese, Ciccaglione, D’Afflitto, De Blasiis, De Crescenzo, Del Giudice, Siragusa, Trinchera), il primo per realizzare un saggio mo-nografico sull’amministrazione del regno di Sicilia sotto Carlo I e Carlo II. Yver, a sua volta, per indagare sotto l’aspetto economico i primi tre regni angioini, dal 1265 al 1343, soprattutto quello di Roberto, ricorrendo in modo specifico agli archivi del Tesoro, le Rationes Thesaurariorum. Sia Cadier sia Yver tendono a dimostrare che il superamento della politica sveva da parte degli Angioini non portò con sé alcun declino immediato dell’Italia meridionale né alcuna interruzione nella continuità politica amministrativa o economica. Semplicemente, un governo guelfo si stabilì a Napoli invece di uno ghibellino a Palermo, ma sebbene ci fosse un cambiamento istituzionale non si sarebbe registrata un’alterazione fondamentale del programma amministrativo. Carlo I d’Angiò, senza dubbio, prese provvedimenti efficaci per incoraggiare l’agricoltura, il commercio e l’industria, favorì i monopoli di stato e l’attiva partecipazione regia alle imprese agricole e commerciali, continuando tutti come parte di un sistema ben consolidato, che per alcuni aspetti risaliva a lontani modelli arabi. Che i mercanti del nord dell’Italia occupassero il primo posto nello sviluppo economico e nello sfruttamento del Paese, quasi ad esclusione dei nativi del Sud, è spesso reso evidente sia nella prima sezione del saggio sia nella seconda parte, che è dedicata ad uno studio più approfondito delle operazioni non soltanto mercantili degli stranieri. Questi controllavano innanzi tutto il redditizio commercio di grano, hanno introdotto nel Mezzogiorno d’Italia nuove industrie e costruito porti dove brulicavano negoziatori, fornitori di corte, artigiani e prestatori di denaro. Ma, soprattutto, a loro venne affidata una parte considerevole del lavoro amministrativo e della gestione delle risorse del regno. Con la ricchezza del paese che passava per le loro mani, gli operatori peninsulari si stabilirono come magnati territoriali, impiantarono una nuova aristocrazia commerciale e finanziaria, nelle tenute della nobiltà più antica, decaduta e impoverita. Sotto Carlo II i Veneziani furono premi-nenti. Si tennero astutamente distanti dalla contesa tra Guelfi e Ghibellini che dilaniava l’Italia per assicurarsi il controllo dell’Adriatico e del Mediterraneo orientale. Ma sotto Roberto, il loro monopolio commerciale nel regno fu attaccato con successo dai Fioren-tini, sino al momento in cui, dopo la morte di Roberto nel 1343, i grandi fallimenti ban-cari e il declino del regno di Sicilia come grande potenza guelfa, frenassero l’espansione fiorentina nel Sud e permettessero a Venezia di riconquistare il suo primato. Proprio i capitoli che descrivono la rivalità di Venezia e Firenze, la conquista commerciale di quest’ultima, l’attività e la caduta delle sue grandi società bancarie e commerciali, danno un contributo interessante alla storia dell’ascesa del capitalismo moderno, fecendo risaltare bene l’interrelazione tra storia politica e vicenda economica e sottolineando la lezione della continuità del loro sviluppo.
«Mare nostrum. Politica, economia, società e cultura»: «Inedita et Rara»
9788833741529
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11570/3229512
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