INTRODUZIONE Nell’attuale scenario di profonde trasformazioni politiche e sociali, la persistente e significativa sottorappresentazione delle donne nell’arena politica istituzionale, a tutti i livelli della rappresentanza, costituisce un indicatore rilevante dello stato di salute delle pari opportunità tra donne e uomini. La questione della redistribuzione di genere nella rappresentanza politica si presenta, ancora oggi, irrisolta sia nella forma che nella sostanza. Nonostante negli ultimi tre decenni la presenza femminile nelle istituzioni sia progressivamente aumentata, anche grazie all’introduzione di strumenti normativi e politiche finalizzate al riequilibrio della rappresentanza, permane una marcata divaricazione tra la parità formale e quella sostanziale (Carbone & Farina, 2019). Tale divario segnala che l’uguaglianza di genere in politica non può essere misurata unicamente in termini numerici, ma richiede una riflessione più ampia sui meccanismi strutturali che governano l’accesso, la permanenza e l’effettivo esercizio del potere. Le relazioni di genere, in questo senso, non rappresentano una dimensione marginale o accessoria dell’analisi sociopolitica, bensì una chiave interpretativa fondamentale per comprendere come si costruiscono e si riproducono le strutture di potere nelle società contemporanee. Studiare i processi di inclusione ed esclusione politica da questa prospettiva non costituisce dunque un’opzione analitica secondaria, ma risponde a un vero e proprio imperativo epistemologico, poiché tali processi, osservati nella loro dimensione strutturale, rivelano gerarchie di genere profondamente radicate, spesso naturalizzate e rese invisibili. Fenomeni come la violenza maschile contro le donne ne costituiscono un esempio paradigmatico: troppo spesso confinati alla cronaca nera o trattati come emergenze episodiche, essi restano raramente riconosciuti come espressione di dinamiche eminentemente politiche. Tale riduzione del problema a un piano contingente e non strutturale contribuisce a indebolire la capacità delle istituzioni di affrontarlo in maniera sistemica e integrata. La riflessione sulle dimensioni qualitative della rappresentanza, peraltro, non ha ancora raggiunto una piena uniformità metodologica. Gli approcci sviluppati in ambito politologico sono molteplici, sia negli interessi conoscitivi che nelle strategie di ricerca e negli strumenti empirici adottati. In ogni caso, il riequilibrio della rappresentanza politica fra i generi rimane una questione di stringente attualità (D’Amico & Catalano, 2008), in quanto la partecipazione paritaria di donne e uomini in tutte le sue articolazione politiche e sociali rappresenta non solo una condizione essenziale per lo sviluppo democratico, ma anche un indicatore della maturità politica di un Paese. In quest’ottica, lo studio delle disuguaglianze di genere si configura come uno strumento analitico privilegiato per interpretare il funzionamento di un sistema sociale, di un’organizzazione o di un’istituzione politica. L’analisi storica mostra come, nella maggior parte delle società democratiche, nonostante l’introduzione di modelli normativi e sociali orientati all’inclusione, le donne abbiano occupato prevalentemente posizioni marginali nella sfera pubblica e nei luoghi decisionali. Anche nei casi in cui si sia registrato un accesso formale alle strutture di vertice, tale accesso è risultato spesso limitato o condizionato dalla persistenza di barriere strutturali, culturali e simboliche. Il grado di superamento delle disuguaglianze di genere nei sistemi politici e sociali dipende in larga misura sia dall’effettiva applicazione delle regole, sia dall’adozione di politiche ad ampio raggio e di strumenti efficaci per rendere operativo il gender mainstreaming. Ciò implica osservare l’arena politica con una consapevolezza più acuta delle radici profonde e consolidate del potere, il quale, come suggerisce Foucault, possiede la capacità di riprodursi anche attraverso mimetismi di genere. Si tratta di un meccanismo complesso, che contribuisce a spiegare la distanza persistente tra la forma e la sostanza della politica. All’interno di questa cornice si colloca la fenomenologia di un’arena politica squilibrata, nella quale, come evidenziano Carbone e Farina, «i numeri della politica e le sfocate visioni del e sul genere sono rilevate da pratiche e programmi che solo marginalmente mettono a fuoco le criticità relazionalmente fondate» (Carbone & Farina, 2019). In questo quadro teorico, la partecipazione politica e la rappresentanza istituzionale delle donne costituiscono due ambiti emblematici nei quali si dispiega, in maniera tangibile, la dinamica della ridefinizione del potere, della cittadinanza e della legittimità democratica. Tali dimensioni non rappresentano soltanto terreni di conflitto simbolico, ma veri e propri campi di battaglia nei quali si negoziano significati, prerogative e diritti. Comprendere a fondo i dispositivi di inclusione ed esclusione che operano all’interno delle democrazie contemporanee implica un’analisi attenta dei soggetti che accedono allo spazio decisionale, delle modalità di accesso e della reale capacità di incidere sui processi decisionali. È in questo orizzonte analitico che si colloca il presente studio, volto a indagare il ruolo delle agenzie politiche femminili nel rafforzare l’impatto dei movimenti femministi sulle decisioni statali, valutandone la capacità di rappresentare in modo efficace le istanze del femminismo e di operare all’interno di un rapporto dialettico con le istituzioni nel quadro delle politiche di genere. Tale indagine si inserisce in un filone di studi che riconosce la rilevanza delle interazioni tra attivismo e istituzioni come snodo strategico per il consolidamento della democrazia paritaria (Mansbridge, 1999; Celis et al., 2008). METODOLOGIA La dimensione metodologica riveste in questo lavoro un ruolo centrale. La qualità democratica è stata analizzata a partire dal parametro dell’effettiva rappresentanza politica femminile, considerando sia la disciplina normativa e regolamentare relativa alla partecipazione femminile nelle assemblee parlamentari e nei partiti politici, sia il livello di partecipazione egualitaria all’interno di tali organismi. L’analisi ha preso in esame due contesti politico-istituzionali specifici: l’Italia repubblicana e la Spagna democratica, selezionati secondo la logica comparativa dei “most similar systems” (Przeworski e Teune, 1970). L’approccio comparativo, nella sua declinazione qualitativa, ha consentito di porre in relazione i due casi, concentrandosi su analogie e differenze rilevate sia in termini strutturali sia in relazione a fattori storico-politici, culturali e istituzionali. Seguendo l’impostazione di Lijphart (1975), il metodo è stato utilizzato come strumento di controllo delle relazioni empiriche ipotizzate tra variabili, permettendo di individuare correlazioni causali e differenziali. Questa strategia ha richiesto la parametrizzazione di elementi di natura storico-politico, geografica e culturale, al fine di comprendere le traiettorie specifiche di ciascun contesto. Sul piano empirico, la ricerca ha previsto un’articolata attività di raccolta dati. Per la Spagna, i dati sono stati reperiti in loco presso fonti autorevoli, integrati da letteratura scientifica difficilmente accessibile in Italia e da interviste a esponenti istituzionali e attori direttamente coinvolti nei processi analizzati. Per l’Italia, le principali fonti sono state i siti ufficiali della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, oltre a banche dati e rapporti di organismi nazionali e internazionali quali ISTAT, EIGE e il Dipartimento per le Pari Opportunità. La scelta di focalizzarsi su Italia e Spagna è motivata dalla loro parziale omogeneità sotto il profilo storico, socio-politico e culturale, a cui si affiancano differenze significative nelle tempistiche e nelle modalità di consolidamento democratico. Il momento della transizione democratica ha costituito un punto di snodo fondamentale: mentre in Italia il contesto postbellico e la Guerra Fredda hanno contribuito a consolidare un modello familista e conservatore che ha ostacolato l’ingresso delle donne nella sfera politica formale, in Spagna la transizione democratica degli anni 70 ha creato un terreno più fertile per l’istituzionalizzazione delle istanze femministe, anche grazie alla pressione delle organizzazioni internazionali e dell’Unione Europea. Questa differenza storica si riflette ancora oggi nell’efficacia e nella rapidità delle misure adottate: l’Italia, pur vantando una tradizione istituzionale più longeva in termini di pari opportunità, ha spesso proceduto per aggiustamenti incrementali e discontinui, mentre la Spagna ha saputo introdurre in tempi più recenti strumenti legislativi e istituzionali più incisivi e sistemici, collocandosi in molti ambiti all’avanguardia nel panorama europeo. Ciò si traduce in una maggiore capacità di risposta politica e istituzionale alle rivendicazioni delle donne, specialmente sul fronte della prevenzione e contrasto alla violenza di genere, della rappresentanza paritaria e delle politiche di empowerment. IPOTESI Alla base di questa ricerca vi è l’ipotesi che le Women’s Political Agency, agenzie pubbliche istituite con il compito di promuovere la condizione e i diritti delle donne (Lovenduski, 2005), possano agire come veri e propri catalizzatori istituzionali nei processi di trasformazione delle politiche pubbliche. Queste agenzie non solo avrebbero il potenziale di sostenere e veicolare le rivendicazioni femministe all’interno delle istituzioni, ma potrebbero anche contribuire a ridefinire il quadro interpretativo del dibattito pubblico, orientando le agende istituzionali a partire da una prospettiva di genere. In questa prospettiva, si ipotizza inoltre che le agenzie politiche femminili possano ampliare l’accesso delle donne alle istituzioni, potenziandone la partecipazione ai processi decisionali e favorendo l’inclusione delle priorità femministe nelle sedi del potere. Il risultato atteso non si limiterebbe a un incremento della rappresentanza descrittiva, intesa come presenza numerica, ma si estenderebbe alla rappresentanza sostanziale, ossia alla capacità effettiva di influenzare l’agenda politica e gli esiti decisionali (Pitkin, 1967). Il confronto comparato qui proposto, pertanto, non si limita a un’analisi descrittiva dei dati, ma si configura come una riflessione di tipo causale, finalizzata a individuare i fattori che spiegano le differenze osservate e a interrogarsi sul rapporto tra partecipazione politica femminile e rappresentanza istituzionale. Tale approccio consente di problematizzare la persistenza di una discrasia tra il coinvolgimento formale delle donne nei processi politici e il loro effettivo potere decisionale. STRUTTURA DELLA RICERCA Il primo capitolo apre la ricerca con un’analisi ampia e multidisciplinare del concetto di potere, ricostruendone la formazione e l’evoluzione nel tempo, attraverso le prospettive storica, filosofica, politica e sociologica. Il percorso ha preso avvio dall’analisi della nascita del potere in seno alla polis greca, dove la dimensione politica si configura come pratica collettiva e spazio pubblico di confronto. Da qui si è passati alle prime elaborazioni teoriche dei filosofi classici, in particolare Platone e Aristotele, fino alle rielaborazioni medievali di pensatori come Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, che integrano la visione politica con principi etico-religiosi. L’età moderna ha segnato un cambiamento radicale con Machiavelli, che emancipa la politica dai vincoli morali e religiosi, ponendo l’accento sulla gestione pragmatica del potere, e con la filosofia contrattualista di Hobbes, Locke e Rousseau, che sposta il fulcro della riflessione sulla legittimazione dell’autorità e sui diritti naturali. A questi contributi si sono affiancate correnti come l’utilitarismo, che inseriscono la logica dell’utile e del benessere collettivo nelle dinamiche decisionali, e le analisi critiche di autori contemporanei che hanno affrontato il potere come relazione sociale complessa e dinamica, influenzata da contesti storici e strutture culturali. La prospettiva sociologica ha consentito di integrare queste elaborazioni teoriche con un’analisi del potere come fenomeno relazionale, distribuito e riprodotto attraverso istituzioni, norme e interazioni sociali. In questo ambito, l’apporto degli studi di genere è stato decisivo per evidenziare come il potere non sia neutro, ma si declini anche in base alle gerarchie e alle disuguaglianze tra uomini e donne. Le riflessioni femministe e post-strutturaliste hanno messo in luce i meccanismi di esclusione e le forme di dominio simbolico, aprendo nuove prospettive interpretative sul rapporto tra potere, cittadinanza e rappresentanza politica. Questa ricostruzione concettuale costituisce la base teorica su cui si innesta il secondo capitolo, dedicato a indagare il rapporto tra donne, cittadinanza e governo attraverso la ricostruzione storica della lotta per il suffragio universale in Spagna e in Italia, primo passaggio cruciale per comprendere le dinamiche di inclusione e le trasformazioni della rappresentanza politica femminile nei due contesti. Il secondo capitolo si apre con una riflessione sul legame indissolubile tra uguaglianza dei diritti politici e libertà collettiva. In una democrazia sostanziale, intesa come unità politica omogenea, la sfera politica e quella sociale non possono essere considerate come ambiti separati: a un ridotto potere sociale corrisponde inevitabilmente un ridotto potere politico, e viceversa. Da ciò discende la necessità che ogni cittadino e ogni cittadina partecipi in modo pieno e consapevole alle attività politiche fondamentali. In questa prospettiva, il capitolo è dedicato alla nascita e all’evoluzione del concetto di cittadinanza in un’ottica di genere, ricostruito attraverso un’esposizione a carattere cronologico delle principali tappe che hanno segnato il lungo cammino delle donne verso l’acquisizione, almeno sul piano formale, di quell’insieme di diritti civili e politici che definiscono chi ne è titolare come cittadino (Godineau, 2000; Fraisse, Perrot, 2000; Sineau, 2007). Si delinea dunque un excursus storico-culturale che evidenzia come il riconoscimento della parità tra i sessi sia stato il risultato di un processo non lineare, intrecciato con le diverse fasi di democratizzazione e con la progressiva estensione delle prerogative di cittadinanza. Volgendo lo sguardo alla condizione storica delle donne, emerge con chiarezza come esse siano state a lungo relegate in una posizione marginale, tanto nella struttura sociale quanto nelle istituzioni politiche e nel mondo del lavoro. Questa esclusione è stata alimentata da una netta cesura tra sfera privata e sfera pubblica, una frattura che ha privato la politica di una parte essenziale della società e della sua rappresentanza. La lotta per aumentare il peso politico femminile si è quindi sviluppata come percorso complesso, segnato da resistenze culturali, istituzionali e simboliche, ma anche da conquiste significative. Le prime iniziative furono condotte da un numero ristretto di donne, con la partecipazione di pochi uomini solidali, animate da motivazioni diverse: alcune spinte dall’ideologia del proprio ambiente politico o culturale, altre da esperienze personali che le avevano condotte a maturare un autonomo convincimento. Il loro impegno superò i confini dell’orizzonte familiare o della condizione di appartenenza, aristocratica, borghese, contadina o operaia, trovando un denominatore comune nell’obiettivo, all’epoca percepito come utopico, di ottenere un pieno riconoscimento dei diritti politici. Su scala internazionale, la conquista del suffragio universale ha seguito percorsi differenziati: in alcuni contesti come risultato di riforme graduali, in altri come conseguenza di momenti di crisi politica o di ricostruzione istituzionale. In ogni caso, essa ha rappresentato un punto di svolta nella ridefinizione della cittadinanza, pur non costituendo un traguardo definitivo ma piuttosto l’inizio di un lungo cammino verso una reale parità di partecipazione. In tale quadro, il capitolo si concentra su due casi nazionali: Spagna e Italia. Per la Spagna, si analizza l’introduzione del suffragio femminile nel 1931 durante la Seconda Repubblica, il ruolo delle figure di punta del movimento suffragista e le resistenze incontrate, seguite dalla brusca interruzione imposta dalla dittatura franchista. Viene ricostruito il processo di riapertura dello spazio politico per le donne durante la transizione democratica degli anni Settanta, in un contesto reso favorevole anche dalle pressioni internazionali e dall’adesione all’Unione Europea. Per l’Italia, l’attenzione si concentra sul lungo percorso che condusse al riconoscimento del diritto di voto nel 1945, frutto di un intreccio tra mobilitazione femminile, partecipazione alla Resistenza e rinnovamento istituzionale postbellico. Si sottolineano le peculiarità del movimento femminile italiano, caratterizzato da un forte pluralismo ideologico, e le difficoltà incontrate nel tradurre il diritto di voto in un’effettiva presenza politica e in una rappresentanza sostanziale. A ciò si aggiunge l’analisi sistematica dei dati relativi alla rappresentanza femminile nel potere legislativo e in quello esecutivo, nonché negli organi di vertice dei principali partiti politici, con particolare attenzione non solo alla quantità ma anche alla qualità della presenza femminile in tali organismi. La comparazione tra i due casi consente di evidenziare analogie e divergenze nei rispettivi percorsi storici e nei risultati conseguiti, mostrando come le modalità di acquisizione della cittadinanza politica abbiano inciso sulla successiva integrazione delle donne nella vita politica e istituzionale Ottenuto il diritto di voto, attivo e passivo, è stato necessario interrogarsi su come questa conquista si traducesse concretamente nella vita politica delle donne. Se il suffragio ha rappresentato il primo passo verso l’inclusione nella cittadinanza democratica, la vera sfida è consistita nel comprendere quale significato assumesse la loro presenza nei luoghi decisionali e fino a che punto essa potesse incidere sugli equilibri di potere. Da questa esigenza nasce la riflessione sulla rappresentanza politica femminile, che costituisce il nucleo centrale del terzo capitolo. Nella prima parte, il concetto di rappresentanza viene chiarito attraverso il riferimento all’opera di Hanna Pitkin, che distingue tra rappresentanza descrittiva, legata alla dimensione numerica e identitaria della presenza femminile, rappresentanza simbolica, connessa al valore di visibilità e riconoscimento che tale presenza assume, e rappresentanza sostanziale, intesa come capacità di incidere concretamente sulle politiche pubbliche. Questa tassonomia consente di cogliere la complessità del fenomeno e di andare oltre una concezione meramente formale della rappresentanza. Assumendo questa cornice teorica, il capitolo sviluppa una ricostruzione quantitativa di lungo periodo che analizza la partecipazione delle donne alle istituzioni italiane e spagnole dall’introduzione del suffragio universale fino al 2022. I dati relativi alle legislature parlamentari, ai governi e ai ruoli apicali permettono di evidenziare traiettorie divergenti: la Spagna, grazie anche a strumenti normativi e partitici innovativi, ha consolidato più rapidamente un livello di presenza femminile vicino alla parità, mentre l’Italia ha conosciuto un percorso più lento e frammentato, pur registrando progressi significativi nelle ultime legislature Tuttavia, l’analisi mostra come i numeri, per quanto importanti, non siano sufficienti a definire una reale rappresentanza. Il dibattito teorico ricorda infatti che, nelle democrazie pluralistiche, la rappresentanza dovrebbe dare voce a interessi generali e non particolari, e che il genere femminile non può essere assimilato a una minoranza da tutelare con gli stessi strumenti usati in altri ambiti. Di qui le resistenze all’adozione di misure positive, considerate da alcuni come un’alterazione del principio maggioritario. Queste obiezioni rivelano i limiti di una rappresentanza meramente descrittiva o simbolica e rendono ancora più evidente l’urgenza di concentrarsi sulla rappresentanza sostanziale, capace di tradurre la presenza femminile in un effettivo potere di influenza. Il capitolo si conclude dunque sottolineando che la vera misura della democrazia paritaria non sta soltanto nella quantità di donne presenti nelle istituzioni, ma nella qualità del loro contributo all’azione politica, nella capacità di trasformare la cittadinanza formale in cittadinanza sostanziale e di rendere più inclusiva ed efficace l’intera sfera decisionale. Il quarto capitolo segna il passaggio dalla riflessione sulla rappresentanza sostanziale verso un paradigma qualitativo della rappresentanza, rintracciato nel ruolo delle Women’s Policy Agencies (WPAs). L’analisi mostra come l’efficacia dell’intervento statale in materia di uguaglianza di genere dipenda dall’interazione tra attori istituzionali e sociali, governi, parlamenti, movimenti femministi e organizzazioni della società civile, e dal funzionamento delle agenzie di pari opportunità. Seguendo la definizione di Stetson e Mazur (1995), le WPAs sono strutture istituite con l’obiettivo primario di migliorare la condizione delle donne e di promuoverne l’empowerment in ambiti cruciali quali il lavoro, l’istruzione e la partecipazione politica. Esse assumono forme diverse a seconda dei contesti: ministeri, commissioni, dipartimenti o organismi specializzati, come testimoniato dalla varietà di denominazioni in uso a livello internazionale e, nei casi oggetto di studio, il Ministerio de Igualdad e il Ministero delle Pari Opportunità italiano. Queste agenzie non agiscono in maniera isolata, ma si inseriscono in una trama relazionale dove il dialogo tra istituzioni politiche, apparato amministrativo e movimenti femministi favorisce la produzione di politiche di genere più incisive. L’esperienza comparata di Italia e Spagna consente di cogliere analogie e differenze nella configurazione e nell’efficacia di questi apparati, ma soprattutto conferma che, laddove le WPAs operano in un contesto favorevole e con il sostegno di fattori politici e culturali adeguati, esse possono costituire catalizzatori istituzionali in grado di trasformare la rappresentanza numerica in rappresentanza sostanziale. Un caso paradigmatico di questa dinamica è rappresentato dal Ministerio de Igualdad e dalla figura di Irene Montero. Il dibattito pubblico in Spagna ha raggiunto un punto di svolta con il caso La Manada (2016), che scatenò massicce proteste femministe, culminate nelle mobilitazioni dell’8 marzo, e mise in luce la necessità di un intervento legislativo strutturato. Il governo di coalizione guidato da Pedro Sánchez, con Montero come ministra, decise di tradurre le istanze del movimento in istituzioni permanenti, segnando l’istituzionalizzazione del femminismo. Irene Montero ha consolidato la propria legittimazione all’interno del movimento femminista sia come attivista sia come rappresentante istituzionale. La sua leadership si caratterizza per l’coinvolgimento diretto nei movimenti sociali, uno stile decisionista e comunicativo, e la capacità di mediazione tra esigenze del movimento e logiche governative, incarnando un modello di rappresentanza sostanziale, in cui l’esperienza politica e identitaria si riflette direttamente nelle politiche adottate. Il Ministerio de Igualdad funge da vera e propria agenzia politica per le donne, con autonomia decisionale e capacità di trasformare le rivendicazioni sociali in politiche vincolanti. La legge più significativa in questo senso è la Ley Orgánica 10/2022, nota come “solo sí es sí”, che ridefinisce il consenso sessuale stabilendo che solo un consenso esplicito legittima l’atto sessuale. Questa normativa rappresenta la traduzione istituzionale delle mobilitazioni sociali, pur essendo stata oggetto di dibattito per le difficoltà di applicazione pratica. Il caso Montero-Ministerio conferma che la qualità della rappresentanza femminile va oltre la dimensione quantitativa e trova nelle WPAs un terreno in cui trasformare la partecipazione politica in cambiamento reale e strutturale. L’esperienza spagnola mostra come un insieme di condizioni abilitanti, volontà politica, risorse adeguate, apertura al dialogo con la società civile e integrazione nelle reti internazionali, possa permettere alle WPAs di incidere concretamente sulle politiche pubbliche. Questo risultato si realizza pienamente all’interno del cosiddetto triangolo di velluto, l’intreccio virtuoso tra governo, Parlamento e movimenti femministi, che consente di rafforzare l’impatto delle istanze femministe nella produzione normativa e nella governance politica complessiva.

DONNE E POTERE POLITICO: CITTADINANZA DEMOCRATICA E FORME DI RAPPRESENTANZA DI GENERE IN ITALIA E SPAGNA

MANERA, MARIKA
2026-01-14

Abstract

INTRODUZIONE Nell’attuale scenario di profonde trasformazioni politiche e sociali, la persistente e significativa sottorappresentazione delle donne nell’arena politica istituzionale, a tutti i livelli della rappresentanza, costituisce un indicatore rilevante dello stato di salute delle pari opportunità tra donne e uomini. La questione della redistribuzione di genere nella rappresentanza politica si presenta, ancora oggi, irrisolta sia nella forma che nella sostanza. Nonostante negli ultimi tre decenni la presenza femminile nelle istituzioni sia progressivamente aumentata, anche grazie all’introduzione di strumenti normativi e politiche finalizzate al riequilibrio della rappresentanza, permane una marcata divaricazione tra la parità formale e quella sostanziale (Carbone & Farina, 2019). Tale divario segnala che l’uguaglianza di genere in politica non può essere misurata unicamente in termini numerici, ma richiede una riflessione più ampia sui meccanismi strutturali che governano l’accesso, la permanenza e l’effettivo esercizio del potere. Le relazioni di genere, in questo senso, non rappresentano una dimensione marginale o accessoria dell’analisi sociopolitica, bensì una chiave interpretativa fondamentale per comprendere come si costruiscono e si riproducono le strutture di potere nelle società contemporanee. Studiare i processi di inclusione ed esclusione politica da questa prospettiva non costituisce dunque un’opzione analitica secondaria, ma risponde a un vero e proprio imperativo epistemologico, poiché tali processi, osservati nella loro dimensione strutturale, rivelano gerarchie di genere profondamente radicate, spesso naturalizzate e rese invisibili. Fenomeni come la violenza maschile contro le donne ne costituiscono un esempio paradigmatico: troppo spesso confinati alla cronaca nera o trattati come emergenze episodiche, essi restano raramente riconosciuti come espressione di dinamiche eminentemente politiche. Tale riduzione del problema a un piano contingente e non strutturale contribuisce a indebolire la capacità delle istituzioni di affrontarlo in maniera sistemica e integrata. La riflessione sulle dimensioni qualitative della rappresentanza, peraltro, non ha ancora raggiunto una piena uniformità metodologica. Gli approcci sviluppati in ambito politologico sono molteplici, sia negli interessi conoscitivi che nelle strategie di ricerca e negli strumenti empirici adottati. In ogni caso, il riequilibrio della rappresentanza politica fra i generi rimane una questione di stringente attualità (D’Amico & Catalano, 2008), in quanto la partecipazione paritaria di donne e uomini in tutte le sue articolazione politiche e sociali rappresenta non solo una condizione essenziale per lo sviluppo democratico, ma anche un indicatore della maturità politica di un Paese. In quest’ottica, lo studio delle disuguaglianze di genere si configura come uno strumento analitico privilegiato per interpretare il funzionamento di un sistema sociale, di un’organizzazione o di un’istituzione politica. L’analisi storica mostra come, nella maggior parte delle società democratiche, nonostante l’introduzione di modelli normativi e sociali orientati all’inclusione, le donne abbiano occupato prevalentemente posizioni marginali nella sfera pubblica e nei luoghi decisionali. Anche nei casi in cui si sia registrato un accesso formale alle strutture di vertice, tale accesso è risultato spesso limitato o condizionato dalla persistenza di barriere strutturali, culturali e simboliche. Il grado di superamento delle disuguaglianze di genere nei sistemi politici e sociali dipende in larga misura sia dall’effettiva applicazione delle regole, sia dall’adozione di politiche ad ampio raggio e di strumenti efficaci per rendere operativo il gender mainstreaming. Ciò implica osservare l’arena politica con una consapevolezza più acuta delle radici profonde e consolidate del potere, il quale, come suggerisce Foucault, possiede la capacità di riprodursi anche attraverso mimetismi di genere. Si tratta di un meccanismo complesso, che contribuisce a spiegare la distanza persistente tra la forma e la sostanza della politica. All’interno di questa cornice si colloca la fenomenologia di un’arena politica squilibrata, nella quale, come evidenziano Carbone e Farina, «i numeri della politica e le sfocate visioni del e sul genere sono rilevate da pratiche e programmi che solo marginalmente mettono a fuoco le criticità relazionalmente fondate» (Carbone & Farina, 2019). In questo quadro teorico, la partecipazione politica e la rappresentanza istituzionale delle donne costituiscono due ambiti emblematici nei quali si dispiega, in maniera tangibile, la dinamica della ridefinizione del potere, della cittadinanza e della legittimità democratica. Tali dimensioni non rappresentano soltanto terreni di conflitto simbolico, ma veri e propri campi di battaglia nei quali si negoziano significati, prerogative e diritti. Comprendere a fondo i dispositivi di inclusione ed esclusione che operano all’interno delle democrazie contemporanee implica un’analisi attenta dei soggetti che accedono allo spazio decisionale, delle modalità di accesso e della reale capacità di incidere sui processi decisionali. È in questo orizzonte analitico che si colloca il presente studio, volto a indagare il ruolo delle agenzie politiche femminili nel rafforzare l’impatto dei movimenti femministi sulle decisioni statali, valutandone la capacità di rappresentare in modo efficace le istanze del femminismo e di operare all’interno di un rapporto dialettico con le istituzioni nel quadro delle politiche di genere. Tale indagine si inserisce in un filone di studi che riconosce la rilevanza delle interazioni tra attivismo e istituzioni come snodo strategico per il consolidamento della democrazia paritaria (Mansbridge, 1999; Celis et al., 2008). METODOLOGIA La dimensione metodologica riveste in questo lavoro un ruolo centrale. La qualità democratica è stata analizzata a partire dal parametro dell’effettiva rappresentanza politica femminile, considerando sia la disciplina normativa e regolamentare relativa alla partecipazione femminile nelle assemblee parlamentari e nei partiti politici, sia il livello di partecipazione egualitaria all’interno di tali organismi. L’analisi ha preso in esame due contesti politico-istituzionali specifici: l’Italia repubblicana e la Spagna democratica, selezionati secondo la logica comparativa dei “most similar systems” (Przeworski e Teune, 1970). L’approccio comparativo, nella sua declinazione qualitativa, ha consentito di porre in relazione i due casi, concentrandosi su analogie e differenze rilevate sia in termini strutturali sia in relazione a fattori storico-politici, culturali e istituzionali. Seguendo l’impostazione di Lijphart (1975), il metodo è stato utilizzato come strumento di controllo delle relazioni empiriche ipotizzate tra variabili, permettendo di individuare correlazioni causali e differenziali. Questa strategia ha richiesto la parametrizzazione di elementi di natura storico-politico, geografica e culturale, al fine di comprendere le traiettorie specifiche di ciascun contesto. Sul piano empirico, la ricerca ha previsto un’articolata attività di raccolta dati. Per la Spagna, i dati sono stati reperiti in loco presso fonti autorevoli, integrati da letteratura scientifica difficilmente accessibile in Italia e da interviste a esponenti istituzionali e attori direttamente coinvolti nei processi analizzati. Per l’Italia, le principali fonti sono state i siti ufficiali della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, oltre a banche dati e rapporti di organismi nazionali e internazionali quali ISTAT, EIGE e il Dipartimento per le Pari Opportunità. La scelta di focalizzarsi su Italia e Spagna è motivata dalla loro parziale omogeneità sotto il profilo storico, socio-politico e culturale, a cui si affiancano differenze significative nelle tempistiche e nelle modalità di consolidamento democratico. Il momento della transizione democratica ha costituito un punto di snodo fondamentale: mentre in Italia il contesto postbellico e la Guerra Fredda hanno contribuito a consolidare un modello familista e conservatore che ha ostacolato l’ingresso delle donne nella sfera politica formale, in Spagna la transizione democratica degli anni 70 ha creato un terreno più fertile per l’istituzionalizzazione delle istanze femministe, anche grazie alla pressione delle organizzazioni internazionali e dell’Unione Europea. Questa differenza storica si riflette ancora oggi nell’efficacia e nella rapidità delle misure adottate: l’Italia, pur vantando una tradizione istituzionale più longeva in termini di pari opportunità, ha spesso proceduto per aggiustamenti incrementali e discontinui, mentre la Spagna ha saputo introdurre in tempi più recenti strumenti legislativi e istituzionali più incisivi e sistemici, collocandosi in molti ambiti all’avanguardia nel panorama europeo. Ciò si traduce in una maggiore capacità di risposta politica e istituzionale alle rivendicazioni delle donne, specialmente sul fronte della prevenzione e contrasto alla violenza di genere, della rappresentanza paritaria e delle politiche di empowerment. IPOTESI Alla base di questa ricerca vi è l’ipotesi che le Women’s Political Agency, agenzie pubbliche istituite con il compito di promuovere la condizione e i diritti delle donne (Lovenduski, 2005), possano agire come veri e propri catalizzatori istituzionali nei processi di trasformazione delle politiche pubbliche. Queste agenzie non solo avrebbero il potenziale di sostenere e veicolare le rivendicazioni femministe all’interno delle istituzioni, ma potrebbero anche contribuire a ridefinire il quadro interpretativo del dibattito pubblico, orientando le agende istituzionali a partire da una prospettiva di genere. In questa prospettiva, si ipotizza inoltre che le agenzie politiche femminili possano ampliare l’accesso delle donne alle istituzioni, potenziandone la partecipazione ai processi decisionali e favorendo l’inclusione delle priorità femministe nelle sedi del potere. Il risultato atteso non si limiterebbe a un incremento della rappresentanza descrittiva, intesa come presenza numerica, ma si estenderebbe alla rappresentanza sostanziale, ossia alla capacità effettiva di influenzare l’agenda politica e gli esiti decisionali (Pitkin, 1967). Il confronto comparato qui proposto, pertanto, non si limita a un’analisi descrittiva dei dati, ma si configura come una riflessione di tipo causale, finalizzata a individuare i fattori che spiegano le differenze osservate e a interrogarsi sul rapporto tra partecipazione politica femminile e rappresentanza istituzionale. Tale approccio consente di problematizzare la persistenza di una discrasia tra il coinvolgimento formale delle donne nei processi politici e il loro effettivo potere decisionale. STRUTTURA DELLA RICERCA Il primo capitolo apre la ricerca con un’analisi ampia e multidisciplinare del concetto di potere, ricostruendone la formazione e l’evoluzione nel tempo, attraverso le prospettive storica, filosofica, politica e sociologica. Il percorso ha preso avvio dall’analisi della nascita del potere in seno alla polis greca, dove la dimensione politica si configura come pratica collettiva e spazio pubblico di confronto. Da qui si è passati alle prime elaborazioni teoriche dei filosofi classici, in particolare Platone e Aristotele, fino alle rielaborazioni medievali di pensatori come Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, che integrano la visione politica con principi etico-religiosi. L’età moderna ha segnato un cambiamento radicale con Machiavelli, che emancipa la politica dai vincoli morali e religiosi, ponendo l’accento sulla gestione pragmatica del potere, e con la filosofia contrattualista di Hobbes, Locke e Rousseau, che sposta il fulcro della riflessione sulla legittimazione dell’autorità e sui diritti naturali. A questi contributi si sono affiancate correnti come l’utilitarismo, che inseriscono la logica dell’utile e del benessere collettivo nelle dinamiche decisionali, e le analisi critiche di autori contemporanei che hanno affrontato il potere come relazione sociale complessa e dinamica, influenzata da contesti storici e strutture culturali. La prospettiva sociologica ha consentito di integrare queste elaborazioni teoriche con un’analisi del potere come fenomeno relazionale, distribuito e riprodotto attraverso istituzioni, norme e interazioni sociali. In questo ambito, l’apporto degli studi di genere è stato decisivo per evidenziare come il potere non sia neutro, ma si declini anche in base alle gerarchie e alle disuguaglianze tra uomini e donne. Le riflessioni femministe e post-strutturaliste hanno messo in luce i meccanismi di esclusione e le forme di dominio simbolico, aprendo nuove prospettive interpretative sul rapporto tra potere, cittadinanza e rappresentanza politica. Questa ricostruzione concettuale costituisce la base teorica su cui si innesta il secondo capitolo, dedicato a indagare il rapporto tra donne, cittadinanza e governo attraverso la ricostruzione storica della lotta per il suffragio universale in Spagna e in Italia, primo passaggio cruciale per comprendere le dinamiche di inclusione e le trasformazioni della rappresentanza politica femminile nei due contesti. Il secondo capitolo si apre con una riflessione sul legame indissolubile tra uguaglianza dei diritti politici e libertà collettiva. In una democrazia sostanziale, intesa come unità politica omogenea, la sfera politica e quella sociale non possono essere considerate come ambiti separati: a un ridotto potere sociale corrisponde inevitabilmente un ridotto potere politico, e viceversa. Da ciò discende la necessità che ogni cittadino e ogni cittadina partecipi in modo pieno e consapevole alle attività politiche fondamentali. In questa prospettiva, il capitolo è dedicato alla nascita e all’evoluzione del concetto di cittadinanza in un’ottica di genere, ricostruito attraverso un’esposizione a carattere cronologico delle principali tappe che hanno segnato il lungo cammino delle donne verso l’acquisizione, almeno sul piano formale, di quell’insieme di diritti civili e politici che definiscono chi ne è titolare come cittadino (Godineau, 2000; Fraisse, Perrot, 2000; Sineau, 2007). Si delinea dunque un excursus storico-culturale che evidenzia come il riconoscimento della parità tra i sessi sia stato il risultato di un processo non lineare, intrecciato con le diverse fasi di democratizzazione e con la progressiva estensione delle prerogative di cittadinanza. Volgendo lo sguardo alla condizione storica delle donne, emerge con chiarezza come esse siano state a lungo relegate in una posizione marginale, tanto nella struttura sociale quanto nelle istituzioni politiche e nel mondo del lavoro. Questa esclusione è stata alimentata da una netta cesura tra sfera privata e sfera pubblica, una frattura che ha privato la politica di una parte essenziale della società e della sua rappresentanza. La lotta per aumentare il peso politico femminile si è quindi sviluppata come percorso complesso, segnato da resistenze culturali, istituzionali e simboliche, ma anche da conquiste significative. Le prime iniziative furono condotte da un numero ristretto di donne, con la partecipazione di pochi uomini solidali, animate da motivazioni diverse: alcune spinte dall’ideologia del proprio ambiente politico o culturale, altre da esperienze personali che le avevano condotte a maturare un autonomo convincimento. Il loro impegno superò i confini dell’orizzonte familiare o della condizione di appartenenza, aristocratica, borghese, contadina o operaia, trovando un denominatore comune nell’obiettivo, all’epoca percepito come utopico, di ottenere un pieno riconoscimento dei diritti politici. Su scala internazionale, la conquista del suffragio universale ha seguito percorsi differenziati: in alcuni contesti come risultato di riforme graduali, in altri come conseguenza di momenti di crisi politica o di ricostruzione istituzionale. In ogni caso, essa ha rappresentato un punto di svolta nella ridefinizione della cittadinanza, pur non costituendo un traguardo definitivo ma piuttosto l’inizio di un lungo cammino verso una reale parità di partecipazione. In tale quadro, il capitolo si concentra su due casi nazionali: Spagna e Italia. Per la Spagna, si analizza l’introduzione del suffragio femminile nel 1931 durante la Seconda Repubblica, il ruolo delle figure di punta del movimento suffragista e le resistenze incontrate, seguite dalla brusca interruzione imposta dalla dittatura franchista. Viene ricostruito il processo di riapertura dello spazio politico per le donne durante la transizione democratica degli anni Settanta, in un contesto reso favorevole anche dalle pressioni internazionali e dall’adesione all’Unione Europea. Per l’Italia, l’attenzione si concentra sul lungo percorso che condusse al riconoscimento del diritto di voto nel 1945, frutto di un intreccio tra mobilitazione femminile, partecipazione alla Resistenza e rinnovamento istituzionale postbellico. Si sottolineano le peculiarità del movimento femminile italiano, caratterizzato da un forte pluralismo ideologico, e le difficoltà incontrate nel tradurre il diritto di voto in un’effettiva presenza politica e in una rappresentanza sostanziale. A ciò si aggiunge l’analisi sistematica dei dati relativi alla rappresentanza femminile nel potere legislativo e in quello esecutivo, nonché negli organi di vertice dei principali partiti politici, con particolare attenzione non solo alla quantità ma anche alla qualità della presenza femminile in tali organismi. La comparazione tra i due casi consente di evidenziare analogie e divergenze nei rispettivi percorsi storici e nei risultati conseguiti, mostrando come le modalità di acquisizione della cittadinanza politica abbiano inciso sulla successiva integrazione delle donne nella vita politica e istituzionale Ottenuto il diritto di voto, attivo e passivo, è stato necessario interrogarsi su come questa conquista si traducesse concretamente nella vita politica delle donne. Se il suffragio ha rappresentato il primo passo verso l’inclusione nella cittadinanza democratica, la vera sfida è consistita nel comprendere quale significato assumesse la loro presenza nei luoghi decisionali e fino a che punto essa potesse incidere sugli equilibri di potere. Da questa esigenza nasce la riflessione sulla rappresentanza politica femminile, che costituisce il nucleo centrale del terzo capitolo. Nella prima parte, il concetto di rappresentanza viene chiarito attraverso il riferimento all’opera di Hanna Pitkin, che distingue tra rappresentanza descrittiva, legata alla dimensione numerica e identitaria della presenza femminile, rappresentanza simbolica, connessa al valore di visibilità e riconoscimento che tale presenza assume, e rappresentanza sostanziale, intesa come capacità di incidere concretamente sulle politiche pubbliche. Questa tassonomia consente di cogliere la complessità del fenomeno e di andare oltre una concezione meramente formale della rappresentanza. Assumendo questa cornice teorica, il capitolo sviluppa una ricostruzione quantitativa di lungo periodo che analizza la partecipazione delle donne alle istituzioni italiane e spagnole dall’introduzione del suffragio universale fino al 2022. I dati relativi alle legislature parlamentari, ai governi e ai ruoli apicali permettono di evidenziare traiettorie divergenti: la Spagna, grazie anche a strumenti normativi e partitici innovativi, ha consolidato più rapidamente un livello di presenza femminile vicino alla parità, mentre l’Italia ha conosciuto un percorso più lento e frammentato, pur registrando progressi significativi nelle ultime legislature Tuttavia, l’analisi mostra come i numeri, per quanto importanti, non siano sufficienti a definire una reale rappresentanza. Il dibattito teorico ricorda infatti che, nelle democrazie pluralistiche, la rappresentanza dovrebbe dare voce a interessi generali e non particolari, e che il genere femminile non può essere assimilato a una minoranza da tutelare con gli stessi strumenti usati in altri ambiti. Di qui le resistenze all’adozione di misure positive, considerate da alcuni come un’alterazione del principio maggioritario. Queste obiezioni rivelano i limiti di una rappresentanza meramente descrittiva o simbolica e rendono ancora più evidente l’urgenza di concentrarsi sulla rappresentanza sostanziale, capace di tradurre la presenza femminile in un effettivo potere di influenza. Il capitolo si conclude dunque sottolineando che la vera misura della democrazia paritaria non sta soltanto nella quantità di donne presenti nelle istituzioni, ma nella qualità del loro contributo all’azione politica, nella capacità di trasformare la cittadinanza formale in cittadinanza sostanziale e di rendere più inclusiva ed efficace l’intera sfera decisionale. Il quarto capitolo segna il passaggio dalla riflessione sulla rappresentanza sostanziale verso un paradigma qualitativo della rappresentanza, rintracciato nel ruolo delle Women’s Policy Agencies (WPAs). L’analisi mostra come l’efficacia dell’intervento statale in materia di uguaglianza di genere dipenda dall’interazione tra attori istituzionali e sociali, governi, parlamenti, movimenti femministi e organizzazioni della società civile, e dal funzionamento delle agenzie di pari opportunità. Seguendo la definizione di Stetson e Mazur (1995), le WPAs sono strutture istituite con l’obiettivo primario di migliorare la condizione delle donne e di promuoverne l’empowerment in ambiti cruciali quali il lavoro, l’istruzione e la partecipazione politica. Esse assumono forme diverse a seconda dei contesti: ministeri, commissioni, dipartimenti o organismi specializzati, come testimoniato dalla varietà di denominazioni in uso a livello internazionale e, nei casi oggetto di studio, il Ministerio de Igualdad e il Ministero delle Pari Opportunità italiano. Queste agenzie non agiscono in maniera isolata, ma si inseriscono in una trama relazionale dove il dialogo tra istituzioni politiche, apparato amministrativo e movimenti femministi favorisce la produzione di politiche di genere più incisive. L’esperienza comparata di Italia e Spagna consente di cogliere analogie e differenze nella configurazione e nell’efficacia di questi apparati, ma soprattutto conferma che, laddove le WPAs operano in un contesto favorevole e con il sostegno di fattori politici e culturali adeguati, esse possono costituire catalizzatori istituzionali in grado di trasformare la rappresentanza numerica in rappresentanza sostanziale. Un caso paradigmatico di questa dinamica è rappresentato dal Ministerio de Igualdad e dalla figura di Irene Montero. Il dibattito pubblico in Spagna ha raggiunto un punto di svolta con il caso La Manada (2016), che scatenò massicce proteste femministe, culminate nelle mobilitazioni dell’8 marzo, e mise in luce la necessità di un intervento legislativo strutturato. Il governo di coalizione guidato da Pedro Sánchez, con Montero come ministra, decise di tradurre le istanze del movimento in istituzioni permanenti, segnando l’istituzionalizzazione del femminismo. Irene Montero ha consolidato la propria legittimazione all’interno del movimento femminista sia come attivista sia come rappresentante istituzionale. La sua leadership si caratterizza per l’coinvolgimento diretto nei movimenti sociali, uno stile decisionista e comunicativo, e la capacità di mediazione tra esigenze del movimento e logiche governative, incarnando un modello di rappresentanza sostanziale, in cui l’esperienza politica e identitaria si riflette direttamente nelle politiche adottate. Il Ministerio de Igualdad funge da vera e propria agenzia politica per le donne, con autonomia decisionale e capacità di trasformare le rivendicazioni sociali in politiche vincolanti. La legge più significativa in questo senso è la Ley Orgánica 10/2022, nota come “solo sí es sí”, che ridefinisce il consenso sessuale stabilendo che solo un consenso esplicito legittima l’atto sessuale. Questa normativa rappresenta la traduzione istituzionale delle mobilitazioni sociali, pur essendo stata oggetto di dibattito per le difficoltà di applicazione pratica. Il caso Montero-Ministerio conferma che la qualità della rappresentanza femminile va oltre la dimensione quantitativa e trova nelle WPAs un terreno in cui trasformare la partecipazione politica in cambiamento reale e strutturale. L’esperienza spagnola mostra come un insieme di condizioni abilitanti, volontà politica, risorse adeguate, apertura al dialogo con la società civile e integrazione nelle reti internazionali, possa permettere alle WPAs di incidere concretamente sulle politiche pubbliche. Questo risultato si realizza pienamente all’interno del cosiddetto triangolo di velluto, l’intreccio virtuoso tra governo, Parlamento e movimenti femministi, che consente di rafforzare l’impatto delle istanze femministe nella produzione normativa e nella governance politica complessiva.
14-gen-2026
Potere; Donne; Rappresentanza politica; Democrazia; Sociologia politica; Italia; Spagna;
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