La tesi analizza il videomapping come pratica contemporanea di valorizzazione territoriale, interpretandolo non come semplice tecnologia spettacolare ma come dispositivo culturale capace di produrre esperienza, significato e relazione nello spazio pubblico e di contribuire alla costruzione di narrazioni territoriali e alla valorizzazione del patrimonio culturale, con particolare attenzione alle ricadute spaziali, sociali e simboliche delle pratiche immersive. L’introduzione definisce da subito il quadro concettuale e metodologico della ricerca collocando il videomapping all’interno delle trasformazioni contemporanee delle pratiche di fruizione culturale e della valorizzazione territoriale ed esplicitando una postura epistemologica consapevole della natura “in divenire” dell’oggetto di studio. L’impianto adottato è una triangolazione tra riferimenti teorici, osservazione dei dispositivi e analisi delle pratiche, integrato da un lavoro empirico basato su casi studio e interviste semi-strutturate. Il tipo di approccio, qualitativo e applicato, ha consentito di superare una lettura puramente teorica del fenomeno e di mettere in evidenza le condizioni concrete di produzione, le scelte narrative e le dinamiche relazionali che caratterizzano le pratiche di videomapping in contesti urbani e territoriali differenti. Delineando i principali interrogativi di ricerca - accessibilità culturale, gratuità degli eventi, democratizzazione dell’arte, esternalizzazione del patrimonio nello spazio urbano, dimensione collettiva dell’esperienza, riconoscimento del videomapping come forma d’arte e come pratica di progetto territoriale - si chiarisce la struttura complessiva della tesi che muove dall’osservazione di un mutamento profondo del profilo del visitatore/turista, sempre più orientato verso esperienze immersive, interattive e sensoriali, e individua nel videomapping il dispositivo capace di soddisfare questa esigenza attraverso la costruzione di narrazioni territoriali situate nello spazio pubblico. Una pratica mediale complessa, in grado di stratificare seduzione estetica, allegoria simbolica e comprensione cognitiva, rendendo accessibili contenuti culturali anche complessi attraverso forme visuali condivise e la cui immersività viene interpretata come processo conoscitivo incarnato, in cui il corpo del fruitore diventa medium tra spazio, immagine e significato. Il nuovo profilo narrativo dei territori è il protagonista del primo capitolo che pone le basi concettuali per comprendere il videomapping come dispositivo di mediazione tra spazio reale e spazio narrato, anticipando il suo ruolo nei processi di valorizzazione territoriale contemporanea. E’ in queste pagine che si costruisce il fondamento teorico-geografico della ricerca. Se lo spazio e il territorio vengono interpretati non come dati neutri, ma come costruzioni simboliche, esito di pratiche sociali, rappresentazioni e processi di significazione, il paesaggio è tradotto come forma simbolica, risultato di una relazione dialettica tra materialità, percezione e immaginario. Il concetto di valorizzazione territoriale viene distinto da quello di promozione e marketing territoriale e definito come processo cognitivo, relazionale e partecipativo di produzione di senso, che implica selezione, narrazione e legittimazione di specifici elementi del territorio. Si tratta di un processo intrinsecamente politico in quanto stabilisce cosa è degno di essere mostrato, ricordato e comunicato e che può generare tanto riconoscimento quanto esclusione simbolica. In un’epoca, definita “narrativa”, si sottolinea il ruolo centrale dello sguardo e dell’esperienza soggettiva nella costruzione del senso dei luoghi e il configurarsi dei territori sempre più come ambienti raccontati, in cui abitanti, visitatori e turisti diventano co-produttori di significato. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il linguaggio delle ICT (e in particolare del videomapping) come pratica capace di reinterpretare e riattivare il patrimonio culturale attraverso forme espressive immersive e multilivello. La prospettiva immersiva, come paradigma culturale e percettivo nelle pratiche artistiche e comunicative contemporanee, viene analizzata, nel suo percorso dalla concentrazione alla percezione aumentata, nel secondo capitolo che, attraverso un confronto critico con le retoriche dell’immersione totale, evidenzia come il videomapping non produca una fuga dal reale, bensì una sua rinegoziazione in cui spazio fisico e immagine proiettata entrano in una relazione di co-costruzione. Luce-buio, sonorità-silenzio. Strumenti di modulazione dell’esperienza e di orientamento della percezione che non annullano la consapevolezza del contesto urbano ma anzi operano come dispositivi di attrazione e di interpretazione in quanto sinergicamente connessi da una progettazione narrativa e curatoriale che trasforma l’effetto immersivo in esperienza significativa e fa sì che il rischio di saturazione sensoriale ceda di fronte al potenziale di approfondimento cognitivo. Si pongono le basi per una lettura critica delle pratiche analizzate nei capitoli successivi. Partendo da una genealogia storica e concettuale delle pratiche di proiezione scenica e ambientale, che individuano nel videomapping l’esito di una lunga tradizione di sperimentazioni tra arte, spazio e tecnologia, si mostra come la relazione tra immagine, architettura e pubblico sia stata, nel corso dei secoli, oggetto di continue rinegoziazioni, dedicando una particolare attenzione al passaggio dall’illusione all’allusione, ovvero dalla creazione di spazi fittizi alla costruzione di ambienti simbolici capaci di suggerire significati senza sostituirsi completamente alla realtà. Se le esperienze storiche di Son et Lumière sono antecedenti diretti delle pratiche contemporanee di videomapping applicate al patrimonio architettonico - rituali culturali capaci di trasformare temporaneamente l’architettura in scena e il pubblico in comunità spettante - la persistenza di logiche narrative e simboliche e la loro rielaborazione in pratiche attuali più orientate all’interattività, alla molteplicità dei linguaggi e alla flessibilità inaugura il tempo dello spatial correspondence, che permette di interpretare il videomapping come pratica di dialogo tra superficie architettonica e contenuto visivo, e traghetta dritti al cuore della ricerca empirica che, analizzando la diffusione internazionale dei festival delle luci (dalla Fête des Lumières di Lione, al Licht Festival di Gand e al Video Mapping Festival di Lille) e le loro diverse declinazioni, mette in evidenza differenze tra modelli organizzativi, strategie narrative e approcci al patrimonio . Viene affrontato il tema della circolazione dei format e, insieme, del rischio di emulazione acritica che può condurre a processi di standardizzazione e perdita di specificità territoriale, ma si evidenzia, al contempo, la capacità di alcuni festival di sviluppare narrazioni autentiche, radicate nel contesto locale e in grado di attivare capitale culturale e relazionale e di funzionare sia come strumenti di marketing urbano sia come dispositivi di produzione di senso e partecipazione. I festival delle luci dunque come modelli, circolazione e differenziazione. La ricerca prosegue nella sua dimensione applicativa analizzando reti internazionali, comunità artistiche informali e progetti sperimentali. Particolare rilievo assumono il ruolo delle residenze artistiche, delle reti collaborative e dei processi di co-creazione come alternative ai grandi format standardizzati e un progetto nello specifico: MAPPA!, laboratorio di interpretazione e valorizzazione del paesaggio in contesti periferici e marginali attraverso il videomapping che, così, viene interpretato come strumento di place-making, capace di attivare relazioni tra artisti, istituzioni e comunità locali. L’analisi evidenzia come la riuscita di tali esperienze dipenda dalla capacità di integrare competenze tecniche, sensibilità artistiche e conoscenza profonda del territorio, evitando logiche estrattive e promozionali. A offrire un ulteriore sguardo diretto sulle pratiche creative, sui processi di progettazione e sulle tensioni tra autonomia artistica, committenza e finalità territoriali, nonché una prospettiva privilegiata di osservazione e di studio delle dinamiche e delle responsabilità narrative nei confronti del patrimonio,sono le interviste semi-strutturate condotte con artisti e professionisti del settore dalle quali emergono tra i temi più ricorrenti il rapporto tra suono e immagine, la scrittura luminosa e che restituiscono complessità e pluralità di punti di vista. La sintesi di cui alle conclusioni mette in luce i risultati della ricerca e riafferma e rafforza il carattere relazionale, situato e connesso del videomapping come pratica di valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale, mostrandolo come un dispositivo capace di produrre esperienza collettiva, attivare immaginari e riorganizzare temporaneamente lo spazio pubblico, a condizione di una progettazione consapevole e contestuale. Di questo nuovo linguaggio, al confine tra arte e media, si mostra così la capacità di connettere esperienza estetica, narrazione culturale e dimensione territoriale, offrendo strumenti operativi utili alla progettazione culturale contemporanea.
Paesaggi mediati. Il videomapping come pratica di valorizzazione territoriale contemporanea.
SPAGNUOLO, MICHELE
2026-03-11
Abstract
La tesi analizza il videomapping come pratica contemporanea di valorizzazione territoriale, interpretandolo non come semplice tecnologia spettacolare ma come dispositivo culturale capace di produrre esperienza, significato e relazione nello spazio pubblico e di contribuire alla costruzione di narrazioni territoriali e alla valorizzazione del patrimonio culturale, con particolare attenzione alle ricadute spaziali, sociali e simboliche delle pratiche immersive. L’introduzione definisce da subito il quadro concettuale e metodologico della ricerca collocando il videomapping all’interno delle trasformazioni contemporanee delle pratiche di fruizione culturale e della valorizzazione territoriale ed esplicitando una postura epistemologica consapevole della natura “in divenire” dell’oggetto di studio. L’impianto adottato è una triangolazione tra riferimenti teorici, osservazione dei dispositivi e analisi delle pratiche, integrato da un lavoro empirico basato su casi studio e interviste semi-strutturate. Il tipo di approccio, qualitativo e applicato, ha consentito di superare una lettura puramente teorica del fenomeno e di mettere in evidenza le condizioni concrete di produzione, le scelte narrative e le dinamiche relazionali che caratterizzano le pratiche di videomapping in contesti urbani e territoriali differenti. Delineando i principali interrogativi di ricerca - accessibilità culturale, gratuità degli eventi, democratizzazione dell’arte, esternalizzazione del patrimonio nello spazio urbano, dimensione collettiva dell’esperienza, riconoscimento del videomapping come forma d’arte e come pratica di progetto territoriale - si chiarisce la struttura complessiva della tesi che muove dall’osservazione di un mutamento profondo del profilo del visitatore/turista, sempre più orientato verso esperienze immersive, interattive e sensoriali, e individua nel videomapping il dispositivo capace di soddisfare questa esigenza attraverso la costruzione di narrazioni territoriali situate nello spazio pubblico. Una pratica mediale complessa, in grado di stratificare seduzione estetica, allegoria simbolica e comprensione cognitiva, rendendo accessibili contenuti culturali anche complessi attraverso forme visuali condivise e la cui immersività viene interpretata come processo conoscitivo incarnato, in cui il corpo del fruitore diventa medium tra spazio, immagine e significato. Il nuovo profilo narrativo dei territori è il protagonista del primo capitolo che pone le basi concettuali per comprendere il videomapping come dispositivo di mediazione tra spazio reale e spazio narrato, anticipando il suo ruolo nei processi di valorizzazione territoriale contemporanea. E’ in queste pagine che si costruisce il fondamento teorico-geografico della ricerca. Se lo spazio e il territorio vengono interpretati non come dati neutri, ma come costruzioni simboliche, esito di pratiche sociali, rappresentazioni e processi di significazione, il paesaggio è tradotto come forma simbolica, risultato di una relazione dialettica tra materialità, percezione e immaginario. Il concetto di valorizzazione territoriale viene distinto da quello di promozione e marketing territoriale e definito come processo cognitivo, relazionale e partecipativo di produzione di senso, che implica selezione, narrazione e legittimazione di specifici elementi del territorio. Si tratta di un processo intrinsecamente politico in quanto stabilisce cosa è degno di essere mostrato, ricordato e comunicato e che può generare tanto riconoscimento quanto esclusione simbolica. In un’epoca, definita “narrativa”, si sottolinea il ruolo centrale dello sguardo e dell’esperienza soggettiva nella costruzione del senso dei luoghi e il configurarsi dei territori sempre più come ambienti raccontati, in cui abitanti, visitatori e turisti diventano co-produttori di significato. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il linguaggio delle ICT (e in particolare del videomapping) come pratica capace di reinterpretare e riattivare il patrimonio culturale attraverso forme espressive immersive e multilivello. La prospettiva immersiva, come paradigma culturale e percettivo nelle pratiche artistiche e comunicative contemporanee, viene analizzata, nel suo percorso dalla concentrazione alla percezione aumentata, nel secondo capitolo che, attraverso un confronto critico con le retoriche dell’immersione totale, evidenzia come il videomapping non produca una fuga dal reale, bensì una sua rinegoziazione in cui spazio fisico e immagine proiettata entrano in una relazione di co-costruzione. Luce-buio, sonorità-silenzio. Strumenti di modulazione dell’esperienza e di orientamento della percezione che non annullano la consapevolezza del contesto urbano ma anzi operano come dispositivi di attrazione e di interpretazione in quanto sinergicamente connessi da una progettazione narrativa e curatoriale che trasforma l’effetto immersivo in esperienza significativa e fa sì che il rischio di saturazione sensoriale ceda di fronte al potenziale di approfondimento cognitivo. Si pongono le basi per una lettura critica delle pratiche analizzate nei capitoli successivi. Partendo da una genealogia storica e concettuale delle pratiche di proiezione scenica e ambientale, che individuano nel videomapping l’esito di una lunga tradizione di sperimentazioni tra arte, spazio e tecnologia, si mostra come la relazione tra immagine, architettura e pubblico sia stata, nel corso dei secoli, oggetto di continue rinegoziazioni, dedicando una particolare attenzione al passaggio dall’illusione all’allusione, ovvero dalla creazione di spazi fittizi alla costruzione di ambienti simbolici capaci di suggerire significati senza sostituirsi completamente alla realtà. Se le esperienze storiche di Son et Lumière sono antecedenti diretti delle pratiche contemporanee di videomapping applicate al patrimonio architettonico - rituali culturali capaci di trasformare temporaneamente l’architettura in scena e il pubblico in comunità spettante - la persistenza di logiche narrative e simboliche e la loro rielaborazione in pratiche attuali più orientate all’interattività, alla molteplicità dei linguaggi e alla flessibilità inaugura il tempo dello spatial correspondence, che permette di interpretare il videomapping come pratica di dialogo tra superficie architettonica e contenuto visivo, e traghetta dritti al cuore della ricerca empirica che, analizzando la diffusione internazionale dei festival delle luci (dalla Fête des Lumières di Lione, al Licht Festival di Gand e al Video Mapping Festival di Lille) e le loro diverse declinazioni, mette in evidenza differenze tra modelli organizzativi, strategie narrative e approcci al patrimonio . Viene affrontato il tema della circolazione dei format e, insieme, del rischio di emulazione acritica che può condurre a processi di standardizzazione e perdita di specificità territoriale, ma si evidenzia, al contempo, la capacità di alcuni festival di sviluppare narrazioni autentiche, radicate nel contesto locale e in grado di attivare capitale culturale e relazionale e di funzionare sia come strumenti di marketing urbano sia come dispositivi di produzione di senso e partecipazione. I festival delle luci dunque come modelli, circolazione e differenziazione. La ricerca prosegue nella sua dimensione applicativa analizzando reti internazionali, comunità artistiche informali e progetti sperimentali. Particolare rilievo assumono il ruolo delle residenze artistiche, delle reti collaborative e dei processi di co-creazione come alternative ai grandi format standardizzati e un progetto nello specifico: MAPPA!, laboratorio di interpretazione e valorizzazione del paesaggio in contesti periferici e marginali attraverso il videomapping che, così, viene interpretato come strumento di place-making, capace di attivare relazioni tra artisti, istituzioni e comunità locali. L’analisi evidenzia come la riuscita di tali esperienze dipenda dalla capacità di integrare competenze tecniche, sensibilità artistiche e conoscenza profonda del territorio, evitando logiche estrattive e promozionali. A offrire un ulteriore sguardo diretto sulle pratiche creative, sui processi di progettazione e sulle tensioni tra autonomia artistica, committenza e finalità territoriali, nonché una prospettiva privilegiata di osservazione e di studio delle dinamiche e delle responsabilità narrative nei confronti del patrimonio,sono le interviste semi-strutturate condotte con artisti e professionisti del settore dalle quali emergono tra i temi più ricorrenti il rapporto tra suono e immagine, la scrittura luminosa e che restituiscono complessità e pluralità di punti di vista. La sintesi di cui alle conclusioni mette in luce i risultati della ricerca e riafferma e rafforza il carattere relazionale, situato e connesso del videomapping come pratica di valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale, mostrandolo come un dispositivo capace di produrre esperienza collettiva, attivare immaginari e riorganizzare temporaneamente lo spazio pubblico, a condizione di una progettazione consapevole e contestuale. Di questo nuovo linguaggio, al confine tra arte e media, si mostra così la capacità di connettere esperienza estetica, narrazione culturale e dimensione territoriale, offrendo strumenti operativi utili alla progettazione culturale contemporanea.Pubblicazioni consigliate
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