Il tema del rapporto tra tecnologie e didattica è sempre complicato delinearlo in maniera definita e lineare per una serie di ragioni. Sicuramente bisogna guardare all’universo delle “macchine”, non solo in termini di hardware, ma soprattutto in termini di software e linguaggi. Siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, della realtà aumentata, del metaverso e poco conosciamo dell’alfabeto fondativo dei molteplici applicativi e spazi digitali. Tecnologie sempre più simbiotiche e “protesiche” ai nostri modi di pensare, immaginare, informarsi, comunicare, fare ed essere che tuttavia sfuggono alla nostra piena consapevolezza, quest’ultima sostanzialmente rifugiantesi nell’egemonia del clic, del “fare come gli altri”, in un processo collettivo di trial and error e learning by doing. Ad un primo livello può andar bene, ma a parer mio non basta. Certamente riguarda l’universo dell’insegnare, quest’ultimo spesso in affanno a tenere il ritmo dell’evoluzione tecnologica, ricercandone senso, principi, significati e consenso scientifico, senza soffermarsi sulle effettive potenzialità metodologiche di tali applicativi che non si misurano in termini quantitativi, nel rapporto proporzionale più tecnologie più efficacia didattica, ma in termini qualitativi, ovvero in quel “requisito” di essenzialità tecnologica che ragiona non sui modi di proporsi “nuovo” a chi apprende, ma riflette sui processi di interdipendenza dinamica tra metodi di insegnamento, stili di apprendimento e affordances dei differenti dispositivi. Da questo punto di vista il fulcro sul quale poggiano gli obiettivi dell’agire degli insegnanti e le finalità di chi apprende, ovvero delle nostre studentesse e dei nostri studenti, rimane il metodo. Metodo che naturalmente si rapporta ai nuovi canali di mediazione del sapere e della cultura e che per tale motivo deve ridefinirsi in forme più dinamiche, aperte all’ipermedialità e all’ibridazione degli spazi dell’agire didattico. Spazi non solo fisici, non solo digitali, ma appunto generantesi dalle pratiche analogico/digitali che si sviluppano simultaneamente in ambienti reali, fisici, con “innesti” digitali e tecnologici. Naturalmente, riguarda l’universo delle neuroscienze cognitive, in termini di comprensione degli effetti che le tecnologie odierne hanno sui processi cognitivi implicati negli apprendimenti, ma anche nei modi di insegnare. In una parola “prassi”. Le tecnologie digitali hanno ricadute sulle prassi di chi impara e di chi insegna, in un sistema complesso che ne definisce le innumerevoli forme. Forme che, senza uno sguardo intersecato tra aspetti tecnologici, didattici e neuroscientifici, risulterebbero private di tasselli fondamentali utili alla comprensione delle stesse. Ed è da questa premessa che il presente lavoro intende riproporre alcuni temi fondamentali affrontati nel precedente volume, “Il cervello connesso. Ipotesi di una didattica futura”, che riguardano proprio il rapporto tra tecnologia, didattica e neuroscienze cognitive, declinandoli all’interno di una più ampia riflessione pedagogico-didattica che possa rintracciarne ed evidenziarne il requisito di essenzialità educativa, suggerendo, al contempo, alcune possibili metodologiche didattiche applicabili in uno spazio educativo che si staglia fra algoritmi e nuvole.
Il cervello connesso. La didattica tra algoritmi e nuvole (nuova edizione aggiornata).
Smeriglio Donatello
2026-01-01
Abstract
Il tema del rapporto tra tecnologie e didattica è sempre complicato delinearlo in maniera definita e lineare per una serie di ragioni. Sicuramente bisogna guardare all’universo delle “macchine”, non solo in termini di hardware, ma soprattutto in termini di software e linguaggi. Siamo nell’era dell’intelligenza artificiale, della realtà aumentata, del metaverso e poco conosciamo dell’alfabeto fondativo dei molteplici applicativi e spazi digitali. Tecnologie sempre più simbiotiche e “protesiche” ai nostri modi di pensare, immaginare, informarsi, comunicare, fare ed essere che tuttavia sfuggono alla nostra piena consapevolezza, quest’ultima sostanzialmente rifugiantesi nell’egemonia del clic, del “fare come gli altri”, in un processo collettivo di trial and error e learning by doing. Ad un primo livello può andar bene, ma a parer mio non basta. Certamente riguarda l’universo dell’insegnare, quest’ultimo spesso in affanno a tenere il ritmo dell’evoluzione tecnologica, ricercandone senso, principi, significati e consenso scientifico, senza soffermarsi sulle effettive potenzialità metodologiche di tali applicativi che non si misurano in termini quantitativi, nel rapporto proporzionale più tecnologie più efficacia didattica, ma in termini qualitativi, ovvero in quel “requisito” di essenzialità tecnologica che ragiona non sui modi di proporsi “nuovo” a chi apprende, ma riflette sui processi di interdipendenza dinamica tra metodi di insegnamento, stili di apprendimento e affordances dei differenti dispositivi. Da questo punto di vista il fulcro sul quale poggiano gli obiettivi dell’agire degli insegnanti e le finalità di chi apprende, ovvero delle nostre studentesse e dei nostri studenti, rimane il metodo. Metodo che naturalmente si rapporta ai nuovi canali di mediazione del sapere e della cultura e che per tale motivo deve ridefinirsi in forme più dinamiche, aperte all’ipermedialità e all’ibridazione degli spazi dell’agire didattico. Spazi non solo fisici, non solo digitali, ma appunto generantesi dalle pratiche analogico/digitali che si sviluppano simultaneamente in ambienti reali, fisici, con “innesti” digitali e tecnologici. Naturalmente, riguarda l’universo delle neuroscienze cognitive, in termini di comprensione degli effetti che le tecnologie odierne hanno sui processi cognitivi implicati negli apprendimenti, ma anche nei modi di insegnare. In una parola “prassi”. Le tecnologie digitali hanno ricadute sulle prassi di chi impara e di chi insegna, in un sistema complesso che ne definisce le innumerevoli forme. Forme che, senza uno sguardo intersecato tra aspetti tecnologici, didattici e neuroscientifici, risulterebbero private di tasselli fondamentali utili alla comprensione delle stesse. Ed è da questa premessa che il presente lavoro intende riproporre alcuni temi fondamentali affrontati nel precedente volume, “Il cervello connesso. Ipotesi di una didattica futura”, che riguardano proprio il rapporto tra tecnologia, didattica e neuroscienze cognitive, declinandoli all’interno di una più ampia riflessione pedagogico-didattica che possa rintracciarne ed evidenziarne il requisito di essenzialità educativa, suggerendo, al contempo, alcune possibili metodologiche didattiche applicabili in uno spazio educativo che si staglia fra algoritmi e nuvole.Pubblicazioni consigliate
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