Introduzione. L’esposizione occupazionale al calore rappresenta un rischio crescente, aggravato dal cambiamento climatico. Sebbene il nesso tra stress termico e patologie da calore sia noto, l’impatto sugli infortuni traumatici (cadute, incidenti meccanici) e il possibile ruolo di fattori individuali di vulnerabilità risultano meno definiti [1,2]. Età, genere e background/condizione migratoria possono agire come potenziali modificatori d’effetto, influenzando suscettibilità, percezione del rischio e accesso alla formazione. Risulta quindi utile mappare l’evidenza disponibile per identificare popolazioni a maggior rischio. Obiettivi. Sintetizzare le evidenze sull’associazione tra calore occupazionale e infortuni traumatici, analizzando in particolare il ruolo dei modificatori sociodemografici (età, genere, migrazione) al fine di identificare lacune nella ricerca e sottogruppi di lavoratori vulnerabili. Metodi. Lo studio è stato condotto come scoping review condotta secondo metodologia JBI e linee guida PRISMA-ScR [3], consultando PubMed, Scopus e Web of Science. Criteri di inclusione: lavoratori di qualsiasi settore, esposizione a calore ambientale e outcome di infortunio traumatico, con particolare focus sulle variabili demografiche (età/- genere/migrazione). Risultati. A fronte di 13.570 record identificati, sono stati rimossi 5.882 duplicati, ottenendo 7.688 record univoci sottoposti a screening di titolo e abstract. Di questi, 394 articoli sono stati valutati in full-text, con successiva esclusione di 377 studi per non pertinenza (popolazione, outcome o setting non coerenti), assenza di dati originali o mancanza di stratificazione sociodemografica. Diciassette studi sono stati infine inclusi nella sintesi qualitativa. Gli studi selezionati riguardano prevalentemente i settori agricolo, edile e manifatturiero e mostrano complessivamente un’associazione positiva tra stress termico e incremento del rischio di infortuni traumatici. In relazione all’età, emerge un pattern di vulnerabilità bimodale: i lavoratori più giovani (<25 anni), in particolare se neoassunti, presentano tassi più elevati di infortunio, verosimilmente legati a inesperienza e maggiore esposizione a compiti fisicamente gravosi; analogamente, nei lavoratori più anziani (>50 anni) si osserva un aumento del rischio, plausibilmente correlato a una ridotta tolleranza fisiologica allo stress termico. Per quanto riguarda il genere, sebbene gli eventi risultino più frequenti negli uomini in termini assoluti (maggiore rappresentazione nelle mansioni manuali e outdoor), in contesti caratterizzati da elevato stress termico le donne mostrano incrementi relativi più marcati, suggerendo la necessità di analisi stratificate. I lavoratori migranti e/o non madrelingua emergono infine come gruppo particolarmente vulnerabile, in relazione a barriere linguistiche e culturali, minore accesso alla formazione e condizioni occupazionali più svantaggiate. Conclusioni. Le caratteristiche sociodemografiche emergono come determinanti cruciali del rischio: strategie preventive basate esclusivamente su indici climatici “universali” risultano potenzialmente insufficienti. L’integrazione di tali variabili nella valutazione del rischio appare fondamentale per orientare interventi più mirati, inclusivi ed efficaci. In particolare, iniziative di formazione dedicata, comunicazione multilingue e misure organizzative nei periodi a maggior esposizione possono contribuire a rafforzare le strategie di prevenzione, promuovendo ambienti di lavoro più equi e sicuri

Fattori di vulnerabilità socio-demografica e infortuni da calore

Marco Bonfiglio;Vincenzo Iatì;Federico Maccarrone;Domenico Zavettieri;Michele Teodoro
2026-01-01

Abstract

Introduzione. L’esposizione occupazionale al calore rappresenta un rischio crescente, aggravato dal cambiamento climatico. Sebbene il nesso tra stress termico e patologie da calore sia noto, l’impatto sugli infortuni traumatici (cadute, incidenti meccanici) e il possibile ruolo di fattori individuali di vulnerabilità risultano meno definiti [1,2]. Età, genere e background/condizione migratoria possono agire come potenziali modificatori d’effetto, influenzando suscettibilità, percezione del rischio e accesso alla formazione. Risulta quindi utile mappare l’evidenza disponibile per identificare popolazioni a maggior rischio. Obiettivi. Sintetizzare le evidenze sull’associazione tra calore occupazionale e infortuni traumatici, analizzando in particolare il ruolo dei modificatori sociodemografici (età, genere, migrazione) al fine di identificare lacune nella ricerca e sottogruppi di lavoratori vulnerabili. Metodi. Lo studio è stato condotto come scoping review condotta secondo metodologia JBI e linee guida PRISMA-ScR [3], consultando PubMed, Scopus e Web of Science. Criteri di inclusione: lavoratori di qualsiasi settore, esposizione a calore ambientale e outcome di infortunio traumatico, con particolare focus sulle variabili demografiche (età/- genere/migrazione). Risultati. A fronte di 13.570 record identificati, sono stati rimossi 5.882 duplicati, ottenendo 7.688 record univoci sottoposti a screening di titolo e abstract. Di questi, 394 articoli sono stati valutati in full-text, con successiva esclusione di 377 studi per non pertinenza (popolazione, outcome o setting non coerenti), assenza di dati originali o mancanza di stratificazione sociodemografica. Diciassette studi sono stati infine inclusi nella sintesi qualitativa. Gli studi selezionati riguardano prevalentemente i settori agricolo, edile e manifatturiero e mostrano complessivamente un’associazione positiva tra stress termico e incremento del rischio di infortuni traumatici. In relazione all’età, emerge un pattern di vulnerabilità bimodale: i lavoratori più giovani (<25 anni), in particolare se neoassunti, presentano tassi più elevati di infortunio, verosimilmente legati a inesperienza e maggiore esposizione a compiti fisicamente gravosi; analogamente, nei lavoratori più anziani (>50 anni) si osserva un aumento del rischio, plausibilmente correlato a una ridotta tolleranza fisiologica allo stress termico. Per quanto riguarda il genere, sebbene gli eventi risultino più frequenti negli uomini in termini assoluti (maggiore rappresentazione nelle mansioni manuali e outdoor), in contesti caratterizzati da elevato stress termico le donne mostrano incrementi relativi più marcati, suggerendo la necessità di analisi stratificate. I lavoratori migranti e/o non madrelingua emergono infine come gruppo particolarmente vulnerabile, in relazione a barriere linguistiche e culturali, minore accesso alla formazione e condizioni occupazionali più svantaggiate. Conclusioni. Le caratteristiche sociodemografiche emergono come determinanti cruciali del rischio: strategie preventive basate esclusivamente su indici climatici “universali” risultano potenzialmente insufficienti. L’integrazione di tali variabili nella valutazione del rischio appare fondamentale per orientare interventi più mirati, inclusivi ed efficaci. In particolare, iniziative di formazione dedicata, comunicazione multilingue e misure organizzative nei periodi a maggior esposizione possono contribuire a rafforzare le strategie di prevenzione, promuovendo ambienti di lavoro più equi e sicuri
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11570/3364013
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