“il disastro è immenso e molto più grande di quanto si possa immaginare”. Con queste parole Vittorio Emanuele II descriveva a Giolitti la vastità della catastrofe provocata sulle sponde dello Stretto dal sisma del 28 dicembre 1908. L’assoluta impraticabilità dei luoghi, già provati da un lungo secolo di scosse telluriche e dall’incuria dello stato liberale, impose l’allontanamento dei sopravvissuti, dando vita per la prima volta nella storia dello stato nazionale, ad una «grande diaspora». I profughi divennero una potente onda d’urto che investì l’intero paese. Gli aiuti si svilupparono sul modello d’intervento inaugurato nel 1905 in occasione dei soccorsi ai terremotati calabresi e offrirono a Stato e imprenditoria nazionale l’opportunità di mostrare il grado di “modernità” raggiunto, mettendo altresì a punto nuove forme di gestione degli aiuti e del territorio improntate a efficientismo e tecnicismo di stampo industrialista, ma poco attente alle reali esigenze del precario equilibrio dell’ambiente meridionale. Di particolare interesse la complessità delle modalità d’intervento messe in atto dai comitati di soccorso costituitisi nelle aree economicamente più forti del paese che, interrompendo la tradizione della devoluzione dei fondi raccolti al prefetto della provincia colpita, impiegarono direttamente le somme, evitando che uscissero dai locali circuiti di credito e innescando positive ricadute sul loro territorio. Il saggio descrive, con materiale d’archivio, logiche e metodi sottesi ai soccorsi, «disvelandoci» un’Italia avviata allo sviluppo economico e a dinamiche sociali di massa, piena di cuore, ma profondamente attraversata da pregiudizi di classe e inquinata dai germi dell’antimeridionalismo.

La grande diaspora. 28 dicembre 1908 la politica dei soccorsi tra carità e bilanci

CAMINITI, Luciana
2009

Abstract

“il disastro è immenso e molto più grande di quanto si possa immaginare”. Con queste parole Vittorio Emanuele II descriveva a Giolitti la vastità della catastrofe provocata sulle sponde dello Stretto dal sisma del 28 dicembre 1908. L’assoluta impraticabilità dei luoghi, già provati da un lungo secolo di scosse telluriche e dall’incuria dello stato liberale, impose l’allontanamento dei sopravvissuti, dando vita per la prima volta nella storia dello stato nazionale, ad una «grande diaspora». I profughi divennero una potente onda d’urto che investì l’intero paese. Gli aiuti si svilupparono sul modello d’intervento inaugurato nel 1905 in occasione dei soccorsi ai terremotati calabresi e offrirono a Stato e imprenditoria nazionale l’opportunità di mostrare il grado di “modernità” raggiunto, mettendo altresì a punto nuove forme di gestione degli aiuti e del territorio improntate a efficientismo e tecnicismo di stampo industrialista, ma poco attente alle reali esigenze del precario equilibrio dell’ambiente meridionale. Di particolare interesse la complessità delle modalità d’intervento messe in atto dai comitati di soccorso costituitisi nelle aree economicamente più forti del paese che, interrompendo la tradizione della devoluzione dei fondi raccolti al prefetto della provincia colpita, impiegarono direttamente le somme, evitando che uscissero dai locali circuiti di credito e innescando positive ricadute sul loro territorio. Il saggio descrive, con materiale d’archivio, logiche e metodi sottesi ai soccorsi, «disvelandoci» un’Italia avviata allo sviluppo economico e a dinamiche sociali di massa, piena di cuore, ma profondamente attraversata da pregiudizi di classe e inquinata dai germi dell’antimeridionalismo.
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