In questo saggio si analizzano i rapporti tra Governo e magistratura sul versante dei conflitti intersoggettivi originati da atti giurisdizionali. Il giudice costituzionale ha da tempo ammesso l’impugnazione da parte della Regione (e della Provincia) degli atti della magistratura, ordinaria e speciale, al fine di integrare la «tutela dell’autonomia regionale contro tutte le invasività statali»; al contempo, la Corte ha correttamente ristretto il vizio sindacabile al solo difetto assoluto di giurisdizione, non volendo ergersi al ruolo di “giudice dei giudici”. Si è realizzata una rottura nella ricostruzione unitaria dei conflitti tra lo Stato e le Regioni, unitarietà che la Corte ha voluto artificiosamente ricomporre attribuendo, secondo l’interpretazione corrente dell’art. 39, l. n. 87/1953, la rappresentanza processuale dello Stato in via esclusiva al Presidente del Consiglio dei ministri, anche quando si tratti di difendere atti di articolazioni interne dell’ordinamento statale che la Costituzione vuol che siano del tutto autonome e indipendenti rispetto all’Esecutivo. Il conflitto intersoggettivo su atti giurisdizionali non pone solo il problema (evidente) di una tutela adeguata del giudice, ma mette in risalto anche la particolare posizione della Regione quando si scontra col potere giudiziario. L’ampia casistica di tale tipologia di conflitti ha mostrato come i due soggetti confliggenti solo formalmente siano lo Stato e la Regione poiché, di fatto, si assiste ad uno scontro tra il potere politico-amministrativo regionale ed il potere giudiziario. Si verifica, dunque, uno slittamento del conflitto tra enti verso il conflitto tra poteri.. Se, dunque, sostanzialmente si assiste ad un conflitto tra il potere politico-amministrativo della Regione ed il potere giudiziario, tra la politica e la giurisdizione, come può ragionevolmente e legittimamente sostenersi che il giudice sia rappresentato in giudizio dal potere esecutivo statale? Per questo si ritiene che la Corte, quand’anche tenga un atteggiamento improntato al self-restraint per il rispetto della discrezionalità del legislatore,, non possa esimersi dal rimuovere una preclusione lesiva del diritto di difesa e dell’indipendenza della magistratura, e che non può dirsi sanata dalla costituzione in giudizio del Presidente del Consiglio dei ministri, ma semmai confermata. Dall’analisi dei dati statistici relativi al periodo considerato (dal 1990 ai primi tre mesi del 2003) si può agevolmente trarre la conclusione che la percentuale dei casi di mancata costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri nei giudizi per i conflitti aventi per oggetto atti giurisdizionali sia nettamente maggiore che nei restanti giudizi. Dall'esame della variegata casistica dei ventisei conflitti del decennio non è possibile dedurre alcun criterio sicuro ed univoco che illumini sulla causa delle scelte effettuate dal Presidente del Consiglio dei ministri. Forse qualche elemento utile potrebbe trarsi dalla verifica incrociata delle ipotesi di mancata costituzione con gli esiti dei relativi conflitti, da cui risulta che nei giudizi nei quali ha fatto difetto la costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri sono state rese ben otto decisioni di accoglimento, una di rigetto ed una di inammissibilità, a fronte dell’altro versante dei conflitti, con entrambe le parti costituite, nei quali si ha un ventaglio piuttosto articolato di decisioni; ebbene, si potrebbe azzardare l’ipotesi che la decisione di non costituirsi dell’organo di vertice dell’esecutivo sia preceduta da una valutazione probabilistica sull’esito del giudizio; il che però rende ancora più deficitaria la condizione della magistratura, costretta ad affidare le sue sorti ai calcoli di probabilità del Governo, oltre alle immancabili considerazioni politiche.

Governo e Magistratura nei conflitti tra poteri e nei conflitti Stato-Regioni

BASILE, Rosa;SAITTA, Antonio
2004-01-01

Abstract

In questo saggio si analizzano i rapporti tra Governo e magistratura sul versante dei conflitti intersoggettivi originati da atti giurisdizionali. Il giudice costituzionale ha da tempo ammesso l’impugnazione da parte della Regione (e della Provincia) degli atti della magistratura, ordinaria e speciale, al fine di integrare la «tutela dell’autonomia regionale contro tutte le invasività statali»; al contempo, la Corte ha correttamente ristretto il vizio sindacabile al solo difetto assoluto di giurisdizione, non volendo ergersi al ruolo di “giudice dei giudici”. Si è realizzata una rottura nella ricostruzione unitaria dei conflitti tra lo Stato e le Regioni, unitarietà che la Corte ha voluto artificiosamente ricomporre attribuendo, secondo l’interpretazione corrente dell’art. 39, l. n. 87/1953, la rappresentanza processuale dello Stato in via esclusiva al Presidente del Consiglio dei ministri, anche quando si tratti di difendere atti di articolazioni interne dell’ordinamento statale che la Costituzione vuol che siano del tutto autonome e indipendenti rispetto all’Esecutivo. Il conflitto intersoggettivo su atti giurisdizionali non pone solo il problema (evidente) di una tutela adeguata del giudice, ma mette in risalto anche la particolare posizione della Regione quando si scontra col potere giudiziario. L’ampia casistica di tale tipologia di conflitti ha mostrato come i due soggetti confliggenti solo formalmente siano lo Stato e la Regione poiché, di fatto, si assiste ad uno scontro tra il potere politico-amministrativo regionale ed il potere giudiziario. Si verifica, dunque, uno slittamento del conflitto tra enti verso il conflitto tra poteri.. Se, dunque, sostanzialmente si assiste ad un conflitto tra il potere politico-amministrativo della Regione ed il potere giudiziario, tra la politica e la giurisdizione, come può ragionevolmente e legittimamente sostenersi che il giudice sia rappresentato in giudizio dal potere esecutivo statale? Per questo si ritiene che la Corte, quand’anche tenga un atteggiamento improntato al self-restraint per il rispetto della discrezionalità del legislatore,, non possa esimersi dal rimuovere una preclusione lesiva del diritto di difesa e dell’indipendenza della magistratura, e che non può dirsi sanata dalla costituzione in giudizio del Presidente del Consiglio dei ministri, ma semmai confermata. Dall’analisi dei dati statistici relativi al periodo considerato (dal 1990 ai primi tre mesi del 2003) si può agevolmente trarre la conclusione che la percentuale dei casi di mancata costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri nei giudizi per i conflitti aventi per oggetto atti giurisdizionali sia nettamente maggiore che nei restanti giudizi. Dall'esame della variegata casistica dei ventisei conflitti del decennio non è possibile dedurre alcun criterio sicuro ed univoco che illumini sulla causa delle scelte effettuate dal Presidente del Consiglio dei ministri. Forse qualche elemento utile potrebbe trarsi dalla verifica incrociata delle ipotesi di mancata costituzione con gli esiti dei relativi conflitti, da cui risulta che nei giudizi nei quali ha fatto difetto la costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri sono state rese ben otto decisioni di accoglimento, una di rigetto ed una di inammissibilità, a fronte dell’altro versante dei conflitti, con entrambe le parti costituite, nei quali si ha un ventaglio piuttosto articolato di decisioni; ebbene, si potrebbe azzardare l’ipotesi che la decisione di non costituirsi dell’organo di vertice dell’esecutivo sia preceduta da una valutazione probabilistica sull’esito del giudizio; il che però rende ancora più deficitaria la condizione della magistratura, costretta ad affidare le sue sorti ai calcoli di probabilità del Governo, oltre alle immancabili considerazioni politiche.
2004
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