Nell'epoca dell'incomunicabilità, vivere la relazione con sé stessi, con l'altro e con la comunità diventa un'impresa difficile e complessa. La sensazione di apparente libertà, che comporta il non avere legami fissi, genera spesso una condizione di fragilità, una sconfinata ed incolmabile solitudine, che si tenta di riempire con rapporti "usa e getta", con relazioni virtuali con persone costruite a proprio piacimento sul web, conosciute per caso e lasciate per caso. E' strano constatare la presenza di un grande bisogno di relazione, di comunità, di aggregazione e - al contempo - una grande paura di restare imbrigliati in relazioni significative, stabili, che comportano impegni e responsabilità che l'uomo postmoderno pensa di non riuscire a gestire e a sopportare. Il comune denominatore sembra essere l'incapacità dell'uomo di abitare la relazione sana e di dialogare con l’altro. Forse, è l'idea stessa di "relazione" che sta cambiando nella società liquida postmoderna e multiculturale, perché essa evoca l’idea di responsabilità, sacrificio, rinuncia di sé. Per questo oggi si preferisce il "connettersi" e "disconnettersi" dalla rete, proprio perché è più facile entrare nella ed uscire dalla vita degli altri. E’ giunto il momento di (re)imparare la grammatica delle relazioni e ripartire dalla cultura della relazione, per consentire all'uomo postmoderno di ritrovare il senso di sé e dell'altro, della compagnia e della solitudine. Imparare a misurarsi con la diversità iscritta nella unicità di ciascun individuo, apre al confronto modi di pensare, di vedere la vita, di vivere le relazioni differenti. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, che spesso si rivela anti-interculturale, prevalgono ancora forme di monoculturalismo acritico, di assimilazionismo uniformizzante, di differenzialismo e si continua a non saper gestire positivamente la diversità. Se si vuole realizzare una società interculturale, capace di valorizzare e armonizzare le diversità come ricchezza comune, è fondamentale, comprendere che il problema centrale non è tanto la diversità, che è costitutiva dell'ente, quanto piuttosto il modo di vivere la diversità. E’ necessario, quindi, educare a maturare il pensiero dialogico capace di rovesciare la concezione egologica attuale: comprendere, cioè, che dietro ogni parola, frase o silenzio c'è sempre un parlante che chiede di essere ascoltato, un parlato che domanda di essere compreso ed un vissuto personale che impegna a capire fenomenologicamente la loro risonanza in ciascuno. In fondo, già la parola è sia materiale che spirituale ed ha in sé una struttura relazionale triadica, poiché deve includere ciò che viene detto, l’io che lo dice, e l’altro a cui si dice. Per maturare un pensiero dialogico occorre, quindi, apprendere l'arte di saper ascoltare empaticamente per riuscire a fare esperienza di quel silenzio che fa scoprire la profondità ed il valore delle cose, anche al di là delle diversità culturali.

PER UNA SOCIETÀ INTERCULTURALE: IMPORTANZA DEL PENSIERORELAZIONALE-DIALOGICO NELLA FORMAZIONE DELLA PERSONA

ROMANO, Rosa
2010

Abstract

Nell'epoca dell'incomunicabilità, vivere la relazione con sé stessi, con l'altro e con la comunità diventa un'impresa difficile e complessa. La sensazione di apparente libertà, che comporta il non avere legami fissi, genera spesso una condizione di fragilità, una sconfinata ed incolmabile solitudine, che si tenta di riempire con rapporti "usa e getta", con relazioni virtuali con persone costruite a proprio piacimento sul web, conosciute per caso e lasciate per caso. E' strano constatare la presenza di un grande bisogno di relazione, di comunità, di aggregazione e - al contempo - una grande paura di restare imbrigliati in relazioni significative, stabili, che comportano impegni e responsabilità che l'uomo postmoderno pensa di non riuscire a gestire e a sopportare. Il comune denominatore sembra essere l'incapacità dell'uomo di abitare la relazione sana e di dialogare con l’altro. Forse, è l'idea stessa di "relazione" che sta cambiando nella società liquida postmoderna e multiculturale, perché essa evoca l’idea di responsabilità, sacrificio, rinuncia di sé. Per questo oggi si preferisce il "connettersi" e "disconnettersi" dalla rete, proprio perché è più facile entrare nella ed uscire dalla vita degli altri. E’ giunto il momento di (re)imparare la grammatica delle relazioni e ripartire dalla cultura della relazione, per consentire all'uomo postmoderno di ritrovare il senso di sé e dell'altro, della compagnia e della solitudine. Imparare a misurarsi con la diversità iscritta nella unicità di ciascun individuo, apre al confronto modi di pensare, di vedere la vita, di vivere le relazioni differenti. Nel mondo globalizzato in cui viviamo, che spesso si rivela anti-interculturale, prevalgono ancora forme di monoculturalismo acritico, di assimilazionismo uniformizzante, di differenzialismo e si continua a non saper gestire positivamente la diversità. Se si vuole realizzare una società interculturale, capace di valorizzare e armonizzare le diversità come ricchezza comune, è fondamentale, comprendere che il problema centrale non è tanto la diversità, che è costitutiva dell'ente, quanto piuttosto il modo di vivere la diversità. E’ necessario, quindi, educare a maturare il pensiero dialogico capace di rovesciare la concezione egologica attuale: comprendere, cioè, che dietro ogni parola, frase o silenzio c'è sempre un parlante che chiede di essere ascoltato, un parlato che domanda di essere compreso ed un vissuto personale che impegna a capire fenomenologicamente la loro risonanza in ciascuno. In fondo, già la parola è sia materiale che spirituale ed ha in sé una struttura relazionale triadica, poiché deve includere ciò che viene detto, l’io che lo dice, e l’altro a cui si dice. Per maturare un pensiero dialogico occorre, quindi, apprendere l'arte di saper ascoltare empaticamente per riuscire a fare esperienza di quel silenzio che fa scoprire la profondità ed il valore delle cose, anche al di là delle diversità culturali.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11570/1908957
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