L’articolo vuole ragionare intorno a quella galassia di fenomeni irregolari recentemente radunati da Gabriele Mina (2011) sotto la categoria di “costruzioni babeliche” e cercherà di proporne una possibile lettura in chiave territoriale e paesaggistica che si possa aggiungere al grande sdoganamento culturale fornito dall’Outsider art (di Stefano, 2008, Dubuffet, 1986). La collocazione spaziale di tali manufatti, spesso edificati in aree di confine, costituiti da un linguaggio radicalmente simbolico prodotto da persone cresciute fuori da ogni contesto artistico, suggerisce una lettura più ampia del fenomeno soprattutto in un ottica di recupero di tali siti. Come dei geroglifici sociali tali monumenti abitati, o architetture cosmologiche sembrano restituire, magari in un’ottica deformata, le forze e le resistenze che hanno agito in quei territori. Dopo una ricostruzione storica del fenomeno, con relative implicazioni concettuali, l’articolo proporrà la categoria del paesaggio come preziosa chiave di lettura. Spesso proprio quell’eccezionalità eterotopica prodotta da un uomo solo riesce, a posteriori, a mettere in moto dinamiche di addensamento simbolico e narrativo che trasforma quegli “Egomusei" in simboli identitari di zone periferiche altrimenti condannate, nel migliore dei casi, all’anonimato. Sembra che il potenziale simbolico cristallizzato in quelle imponenti opere deformate sia costituito prevalentemente di una strana moneta retroattiva che per potere essere scambiata necessita di talune condizioni, la più importante delle quali è il riconoscimento sociale (Dal Lago, Giordano, 2008, Del Giudice 2014). Da oggetti derisi, residuali, folklorici, o al massimo resistenti, nati all’interno di una condizione di forte omologazione culturale le costruzioni babeliche possono diventare il simbolo stesso di quella zona, il magnete paesaggistico in grado di attirare energie “esterne” e di riattivare risorse sociali prima non percepite tali. L’intero apparato argomentativo verrà usato su due casi emblematici: le Watts Towers di Sam Rodia a Watts, Los Angeles e La casa del Puparo di Giovanni Cammarata a Maregrosso, supposta periferia di Messina. Un processo di rivincita identitaria di un quartiere suburbano, ampiamente trattato dalla letteratura (Del Giudice, 2014) e una ricerca\azione condotta da chi scrive (Zampieri, 2014) in un quartiere che ha tutti gli elementi per andare in quella direzione.

I costruttori di babele. Quartieri marginali, outsider art e paesaggi retroattivi.

ZAMPIERI, PIER PAOLO
2015

Abstract

L’articolo vuole ragionare intorno a quella galassia di fenomeni irregolari recentemente radunati da Gabriele Mina (2011) sotto la categoria di “costruzioni babeliche” e cercherà di proporne una possibile lettura in chiave territoriale e paesaggistica che si possa aggiungere al grande sdoganamento culturale fornito dall’Outsider art (di Stefano, 2008, Dubuffet, 1986). La collocazione spaziale di tali manufatti, spesso edificati in aree di confine, costituiti da un linguaggio radicalmente simbolico prodotto da persone cresciute fuori da ogni contesto artistico, suggerisce una lettura più ampia del fenomeno soprattutto in un ottica di recupero di tali siti. Come dei geroglifici sociali tali monumenti abitati, o architetture cosmologiche sembrano restituire, magari in un’ottica deformata, le forze e le resistenze che hanno agito in quei territori. Dopo una ricostruzione storica del fenomeno, con relative implicazioni concettuali, l’articolo proporrà la categoria del paesaggio come preziosa chiave di lettura. Spesso proprio quell’eccezionalità eterotopica prodotta da un uomo solo riesce, a posteriori, a mettere in moto dinamiche di addensamento simbolico e narrativo che trasforma quegli “Egomusei" in simboli identitari di zone periferiche altrimenti condannate, nel migliore dei casi, all’anonimato. Sembra che il potenziale simbolico cristallizzato in quelle imponenti opere deformate sia costituito prevalentemente di una strana moneta retroattiva che per potere essere scambiata necessita di talune condizioni, la più importante delle quali è il riconoscimento sociale (Dal Lago, Giordano, 2008, Del Giudice 2014). Da oggetti derisi, residuali, folklorici, o al massimo resistenti, nati all’interno di una condizione di forte omologazione culturale le costruzioni babeliche possono diventare il simbolo stesso di quella zona, il magnete paesaggistico in grado di attirare energie “esterne” e di riattivare risorse sociali prima non percepite tali. L’intero apparato argomentativo verrà usato su due casi emblematici: le Watts Towers di Sam Rodia a Watts, Los Angeles e La casa del Puparo di Giovanni Cammarata a Maregrosso, supposta periferia di Messina. Un processo di rivincita identitaria di un quartiere suburbano, ampiamente trattato dalla letteratura (Del Giudice, 2014) e una ricerca\azione condotta da chi scrive (Zampieri, 2014) in un quartiere che ha tutti gli elementi per andare in quella direzione.
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