L’immaginario è stato e continua ad essere il più inquietante degli ospiti del pensiero occidentale, la sua ombra impensabile. Come cerca di argomentare la prima parte del presente lavoro, la sua origine genealogica può essere rintracciata nel Mito platonico della caverna. È in questa potente metafora, infatti, che il logos occidentale entra nel mondo della luce della realtà e confina l’immaginario nel mondo delle ombre. Tuttavia, questa inquietudine sembra riemergere ogni qualvolta il discorso scientifico tenta un’incursione in questo luogo oscuro, provando a dare una definizione dell'immaginario. Eppure, nell’epoca della smaterializzazione, del valore-segno del denaro, della fine delle ideologie emancipative della modernità, della sua riproducibilità tecnica, tale ospite sembra essere uscito dalla caverna sotto forma di un seducente spettacolo capace di costruire la realtà stessa delle società contemporanee. In questo quadro, possono le scienze sociali permettersi di pensare l’immaginario come irreale? Non è il caso di tentare una smitizzazione del Mito della caverna per comprendere l’immaginario come produttore di fatti sociali e della scienza che li interpreta? Hanno le scienze comprendenti gli strumenti teorici nella loro tradizione di pensiero per permettersi una sua s-divinizzazione? La seconda parte del lavoro cercherà di sostanziare in termini positivi questa risposta cercando di ricomporre la dicotomia reale-immaginario entro una prospettiva antropologica più ampia che chiameremo ambientale formata dalla triade immagine, immaginazione e immaginario sociale.

L’immaginario sociale. Una prospettiva ambientale

MARZO, Pier Luca
2015

Abstract

L’immaginario è stato e continua ad essere il più inquietante degli ospiti del pensiero occidentale, la sua ombra impensabile. Come cerca di argomentare la prima parte del presente lavoro, la sua origine genealogica può essere rintracciata nel Mito platonico della caverna. È in questa potente metafora, infatti, che il logos occidentale entra nel mondo della luce della realtà e confina l’immaginario nel mondo delle ombre. Tuttavia, questa inquietudine sembra riemergere ogni qualvolta il discorso scientifico tenta un’incursione in questo luogo oscuro, provando a dare una definizione dell'immaginario. Eppure, nell’epoca della smaterializzazione, del valore-segno del denaro, della fine delle ideologie emancipative della modernità, della sua riproducibilità tecnica, tale ospite sembra essere uscito dalla caverna sotto forma di un seducente spettacolo capace di costruire la realtà stessa delle società contemporanee. In questo quadro, possono le scienze sociali permettersi di pensare l’immaginario come irreale? Non è il caso di tentare una smitizzazione del Mito della caverna per comprendere l’immaginario come produttore di fatti sociali e della scienza che li interpreta? Hanno le scienze comprendenti gli strumenti teorici nella loro tradizione di pensiero per permettersi una sua s-divinizzazione? La seconda parte del lavoro cercherà di sostanziare in termini positivi questa risposta cercando di ricomporre la dicotomia reale-immaginario entro una prospettiva antropologica più ampia che chiameremo ambientale formata dalla triade immagine, immaginazione e immaginario sociale.
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