Se in tutta la tradizione occidentale la grande questione della filosofia è stata: “Perché l’essere e non il nulla?”, Emmanuel Lévinas, a partire dall’esperienza di Auschwitz, mostra l’esigenza non tanto di accertare la preminenza dell’essere che si rivela come guerra degli egoismi nell’affermazione della propria volontà di potenza, quanto di criticarne la pretesa di indipendenza assoluta, di “giusti-ficarlo”, ri-orientarlo in vista del Bene e della pace. La totalità dell’essere, costituita dal soggetto autonomo e legislatore, viene frantumata dall’irruzione del volto d’Autrui, che convoca, “aldilà dell’essere”, a una responsabilità infinita: è nel momento in cui l’io depone il proprio potere e si riscopre “in ostaggio per l’altro” che si può intravedere la possibilità di un’escatologia della pace che si oppone alla guerra non come pace ontologica o tregua delle armi, ma come “dis-inter-essamento”, rottura del conatus essendi e della perseveranza nell’essere, possibilità per il soggetto di vivere “altrimenti che essere”, “dis-astrandosi” in vista di Altri. Solo una politica che non rinneghi la propria radice nell’etica e una filosofia come “saggezza dell’amore al servizio dell’amore” possono agire non in nome di leggi astratte e impersonali, ma in vista di un ideale di giustizia oblativa che, riscoprendo l’umanità dell’“altro” uomo, possa accogliere l’Ospite e lo Straniero non annichilendone la singolare alterità.

Quale pace per il nuovo millennio? Lévinas e la responsabilità infinita

PACILE', Maria Teresa
2017

Abstract

Se in tutta la tradizione occidentale la grande questione della filosofia è stata: “Perché l’essere e non il nulla?”, Emmanuel Lévinas, a partire dall’esperienza di Auschwitz, mostra l’esigenza non tanto di accertare la preminenza dell’essere che si rivela come guerra degli egoismi nell’affermazione della propria volontà di potenza, quanto di criticarne la pretesa di indipendenza assoluta, di “giusti-ficarlo”, ri-orientarlo in vista del Bene e della pace. La totalità dell’essere, costituita dal soggetto autonomo e legislatore, viene frantumata dall’irruzione del volto d’Autrui, che convoca, “aldilà dell’essere”, a una responsabilità infinita: è nel momento in cui l’io depone il proprio potere e si riscopre “in ostaggio per l’altro” che si può intravedere la possibilità di un’escatologia della pace che si oppone alla guerra non come pace ontologica o tregua delle armi, ma come “dis-inter-essamento”, rottura del conatus essendi e della perseveranza nell’essere, possibilità per il soggetto di vivere “altrimenti che essere”, “dis-astrandosi” in vista di Altri. Solo una politica che non rinneghi la propria radice nell’etica e una filosofia come “saggezza dell’amore al servizio dell’amore” possono agire non in nome di leggi astratte e impersonali, ma in vista di un ideale di giustizia oblativa che, riscoprendo l’umanità dell’“altro” uomo, possa accogliere l’Ospite e lo Straniero non annichilendone la singolare alterità.
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