Il diffondersi di servizi di home banking ha inevitabilmente determinato un progressivo innalzamento dei rischi cui gli utenti bancari sono esposti richiedendo pertanto un rafforzamento dei presidi a protezione di quest’ultimi. La sentenza emessa dalla Suprema Corte nell’aprile 2018, qui epigrafata, nel soffermarsi sulle criticità delle pratiche insidiose di phishing, risulta particolarmente interessante, ai fini dell’indagine condotta, soprattutto per quanto attiene alla valutazione dell’adempimento degli obblighi gravanti sia sul prestatore che sull’utilizzatore dei servizi elettronici di pagamento, con lo scopo di ripartire correttamente il carico probatorio in sede di contenzioso bancario. L’orientamento della Corte, infatti, pur riconducendo nell’alveo del ‘rischio professionale’ del prestatore le ipotesi di illegittimo utilizzo di strumenti di pagamento e addossando sullo stesso un gravoso onere probatorio, non esime il cliente-utilizzatore dal rispetto degli obblighi di diligenza nella custodia dello strumento elettronico e dei codici segreti allo stesso associati. Tanto premesso, l’iter argomentativo seguito nella sentenza resa dalla Suprema Corte di Cassazione getta una luce nuova sulla responsabilità della banca facendo propri non solo i nuovi principi comunitari in materia di Strong Customer Authentication (sanciti dalla recente direttiva PSD2) ma aderendo ad un certo indirizzo reiteratamente espresso dall’Arbitro Bancario Finanziario secondo cui l’intermediario è tenuto a dar prova di aver predisposto misure idonee ad accertare l’attribuibilità delle operazioni alla propria clientela e a garantire la sicurezza dei propri clienti nell’utilizzo dei sistemi di operatività da remoto.

I nuovi orientamenti giurisprudenziali sul reato di phishing: la banca è responsabile se non prova che il cliente ha disposto il pagamento

Russo, Brunella
2019-01-01

Abstract

Il diffondersi di servizi di home banking ha inevitabilmente determinato un progressivo innalzamento dei rischi cui gli utenti bancari sono esposti richiedendo pertanto un rafforzamento dei presidi a protezione di quest’ultimi. La sentenza emessa dalla Suprema Corte nell’aprile 2018, qui epigrafata, nel soffermarsi sulle criticità delle pratiche insidiose di phishing, risulta particolarmente interessante, ai fini dell’indagine condotta, soprattutto per quanto attiene alla valutazione dell’adempimento degli obblighi gravanti sia sul prestatore che sull’utilizzatore dei servizi elettronici di pagamento, con lo scopo di ripartire correttamente il carico probatorio in sede di contenzioso bancario. L’orientamento della Corte, infatti, pur riconducendo nell’alveo del ‘rischio professionale’ del prestatore le ipotesi di illegittimo utilizzo di strumenti di pagamento e addossando sullo stesso un gravoso onere probatorio, non esime il cliente-utilizzatore dal rispetto degli obblighi di diligenza nella custodia dello strumento elettronico e dei codici segreti allo stesso associati. Tanto premesso, l’iter argomentativo seguito nella sentenza resa dalla Suprema Corte di Cassazione getta una luce nuova sulla responsabilità della banca facendo propri non solo i nuovi principi comunitari in materia di Strong Customer Authentication (sanciti dalla recente direttiva PSD2) ma aderendo ad un certo indirizzo reiteratamente espresso dall’Arbitro Bancario Finanziario secondo cui l’intermediario è tenuto a dar prova di aver predisposto misure idonee ad accertare l’attribuibilità delle operazioni alla propria clientela e a garantire la sicurezza dei propri clienti nell’utilizzo dei sistemi di operatività da remoto.
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