Il presente intervento intende contribuire ad approfondire il rapporto tra Inquisizione ed ebrei nel XIV secolo mediante uno studio incentrato sui principali manuali scritti e pensati per erudire gli inquisitori nell’espletamento delle proprie funzioni. Attraverso lo studio di questa preziosa tipologia di fonte, è possibile comprendere in che modo venisse esercitato il controllo della minoranza ebraica nell’Europa occidentale cristiana. Le opere in esame rispecchiano, infatti, un’ampia area geografica che spazia dalla penisola iberica alla Francia meridionale, fino all'Italia: esse sono la Practica Inquisitionis heretice pravitatis del domenicano francese Bernard Gui (1220-1230 ca.), il Tractatus super materia hereticorum del giurisperito italiano Zanchino Ugolini (1340 ca.) e il Directorium inquisitorum del domenicano catalano Nicolau Eymerich (1376). Si tratta di testi cruciali per il definitivo assestamento della giurisprudenza inquisitoriale, tanto da fungere come basi per la procedura processuale dei tribunali della fede di età moderna. Per tale ragione, comprendere come i manualisti dell’epoca abbiano affrontato il tema spinoso di un gruppo etno-religioso non battezzato (e quindi non propriamente definibile “eretico”, bensì semmai “infedele”), ritenuto pericoloso per la sua alterità, ma al contempo “necessario” – poiché la presenza degli ebrei testimoniava la verità delle Scritture – può essere estremamente rilevante per tracciare i prodromi della cosiddetta “questione ebraica”, che si manifesterà in seguito attraverso sistemi più vistosi di marginalizzazione (la ghettizzazione di età moderna è l’esempio più emblematico), ma che affonda le proprie radici nei secoli precedenti, attraverso l’attuazione di forme di controllo più o meno ampiamente codificate.

Inquisizione ed ebrei nel Trecento. Una disamina delle principali fonti manualistiche, in Francesco Paolo Tocco (a cura di), Governare la multiculturalità nel Medioevo. Atti del Convegno Internazionale di Studi (Cefalù, 7-9 gennaio 2022), Centro Studi Ruggero II-Città di Cefalù, Cefalù 2025, pp. 301-322.

Tedesco Vincenzo
2025-01-01

Abstract

Il presente intervento intende contribuire ad approfondire il rapporto tra Inquisizione ed ebrei nel XIV secolo mediante uno studio incentrato sui principali manuali scritti e pensati per erudire gli inquisitori nell’espletamento delle proprie funzioni. Attraverso lo studio di questa preziosa tipologia di fonte, è possibile comprendere in che modo venisse esercitato il controllo della minoranza ebraica nell’Europa occidentale cristiana. Le opere in esame rispecchiano, infatti, un’ampia area geografica che spazia dalla penisola iberica alla Francia meridionale, fino all'Italia: esse sono la Practica Inquisitionis heretice pravitatis del domenicano francese Bernard Gui (1220-1230 ca.), il Tractatus super materia hereticorum del giurisperito italiano Zanchino Ugolini (1340 ca.) e il Directorium inquisitorum del domenicano catalano Nicolau Eymerich (1376). Si tratta di testi cruciali per il definitivo assestamento della giurisprudenza inquisitoriale, tanto da fungere come basi per la procedura processuale dei tribunali della fede di età moderna. Per tale ragione, comprendere come i manualisti dell’epoca abbiano affrontato il tema spinoso di un gruppo etno-religioso non battezzato (e quindi non propriamente definibile “eretico”, bensì semmai “infedele”), ritenuto pericoloso per la sua alterità, ma al contempo “necessario” – poiché la presenza degli ebrei testimoniava la verità delle Scritture – può essere estremamente rilevante per tracciare i prodromi della cosiddetta “questione ebraica”, che si manifesterà in seguito attraverso sistemi più vistosi di marginalizzazione (la ghettizzazione di età moderna è l’esempio più emblematico), ma che affonda le proprie radici nei secoli precedenti, attraverso l’attuazione di forme di controllo più o meno ampiamente codificate.
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